(©Arianna Pagani)

Salvare il Tigri, più che un impegno

Si chiamano Ma'dan e sono gli Arabi delle paludi, ma adesso il loro habitat è in grave pericolo per le grandi dighe e l'inquinamento

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Chibayish e le vaste paludi mesopotamiche sono la casa di migliaia di Ma’dan, gli Arabi delle paludi. Lungo i canali navigabili che attraversano le paludi, gli abitanti tagliano il tamarisco, il cui legno profumato, è perfetto per cucinare una specialità di pesce conosciuta con il nome di masguf. I Ma’dan vivono in case galleggianti, fatte da canne raccolte dall’acqua e sopravvivono pescando e allevando bufali.

Negli anni Novanta, Saddam Hussein decise di prosciugare queste uniche zone umide dell’Iraq meridionale, come punizione per gli Arabi delle paludi, che avevano sostenuto una rivolta contro di lui. Migliaia di persone furono uccise e altrettante costrette alla fuga. Dopo la caduta del regime con l’invasione a guida statunitense del 2003, le paludi furono allagate e molti abitanti ritornarono a viverci.

Oggi, nuovi pericoli minacciano questa florida riserva naturale e i suoi abitanti. Dopo decenni di guerre - inclusa l’ultima battaglia contro Daesh - l’Iraq rischia, infatti, di perdere l’acqua del Tigri e dell’Eufrate che irrora le paludi mesopotamiche. Il cambiamento climatico, l’assenza di politiche idriche interne e l’impatto delle grandi dighe in costruzione in Turchia e Iran rappresentano alcune delle minacce più incombenti per il paese. Le dighe turche e iraniane, strumento di egemonia regionale, rappresentano infatti un pericolo reale al corso dei fiumi millenari. A ciò si aggiunge la siccità che la scorsa estate, ha ridotto notevolmente la portata dei fiumi iracheni. Per sollevare l’attenzione sul problema dell’acqua, una rete di attivisti iracheni, costruita intorno all’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, ha lanciato la campagna “Iraq senza fiumi”.

Sara Manisera - Arianna Pagani

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