Srebrenica, di progetti e futuro (4)

La città, distrutta 25 anni fa, può essere la novella araba fenice che rinasce dalle sue ceneri più bella e forte che mai - Irvin ci crede

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Irvin Mujčić se ne andò da Srebrenica nel 1993 con la mamma e i fratelli. Si stabilirono in Italia. Il padre restò invece in città. Lavorava come interprete per il contingente olandese dell’Onu. Si sentivano spesso al telefono, ma dopo l’11 luglio, il giorno in cui l’esercito serbo-bosniaco prese la città, non si ebbero più notizie di lui. Fu una delle 8372 vittime del genocidio.

Dopo aver vissuto a lungo in Italia, e dopo aver visto anche un po’ di mondo, Irvin sei anni fa ha scelto di tornare a vivere a Srebrenica per confrontarsi con un passato che aveva sempre cercato in qualche modo di schivare. Rientrare a Srebrenica significa sfidare il nazionalismo e la pulizia etnica, che hanno cercato di distruggere questo luogo un tempo plurale e pacifico. Ma non è solo questo. Irvin sta riscoprendo un tipo di vita lento, autentico, caratterizzato dal recupero del rapporto con la terra e con la natura, del quale, in questo mondo frenetico, si è perso il senso.

Il protagonista di questa storia, l’ultima della serie dedicata alla città dove ebbe luogo il genocidio del 1995, promuove il progetto Sebrenica City of Hope. Con alcuni amici sta costruendo un piccolo villaggio in legno, vecchio stile. Sarà una fattoria didattica per bambini e famiglie, ma anche una sorta di campo base per attività di trekking in un territorio inesplorato, dalla natura potente. Il futuro di Srebrenica può passare anche dal turismo sostenibile, spera Irvin.

Matteo Tacconi - Ignacio María Coccia

(4 – fine) 

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