Tacchini salvati dal Covid-19

Importati in Europa nel 1519 gli allora "gallini d'India" sono diventati il simbolo di molte festività che però, con la pandemia, sono in crisi

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Cristoforo Colombo, nel suo diario di bordo, in data 6 luglio 1503, li descriveva come enormi galline dalle “piume come la lana”. L'esploratore genovese ne aveva appena visti in ingenti quantità, in quelle terre che pensava erroneamente fossero le Indie. È per questo che in origine i tacchini venivano indicati come i “gallini d’India”, protagonisti di un immediato successo sulle tavole più raffinate d’Europa.

Nel Vecchio Continente sono arrivati pochi anni dopo, nel 1519, portati dai gesuiti spagnoli, di ritorno dall’America dove – al seguito dei conquistadores – erano andati a convertire le popolazioni indigene. Dalla Corte di Francia a quella d’Austria, fino ai palazzi dei Medici, il tacchino è presto diventato uno dei cibi per eccellenza dell’alta aristocrazia. Una carne per occasioni speciali, come in tempi moderni il Thanksgiving Day (il giorno del ringraziamento) negli Stati Uniti, il Natale o la Pasqua nei paesi anglosassoni. Ma ora tutto ciò è minacciato dal Covid-19 che ha costretto Downing Street ad imporre severe restrizioni alla vita sociale, oltre all’obbligo di quarantena per chi arriva dall’estero. Come i lavoratori stagionali, provenienti principalmente dell’Europa dell’est, colonna portante dell’agricoltura britannica.

Lorenzo Amuso

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