Terrorismo e rischi per la Svizzera

Combattenti "nostrani" ed ex condannati a piede libero: l’approccio della politica federale

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Parigi, Londra, Bruxelles, Toronto, Berlino, Barcellona, Strasburgo, Oslo, Christchurch. La lista dei luoghi vicini e lontani colpiti da attentati è in realtà incredibilmente più lunga. Il terrorismo, quello di matrice jihadista, di estrema destra o di estrema sinistra, sia esso organizzato o incarnato dai “lupi solitari”, ci circonda. La Svizzera, dice l’intelligence, non figura fra gli obiettivi primari. Significa che in qualche modo anche noi siamo un potenziale obiettivo.

La minaccia più importante? Il terrorismo islamico, la cui prevenzione deve fare i conti con nuove dinamiche, per certi aspetti paradossali. La prima: la (quasi) sconfitta dell’IS nelle zone di conflitto apre scenari a cui si è impreparati; che fare dei combattenti catturati in Siria e Iraq? Donald Trump ha avvisato l’Europa: “riprendeteveli e processateli, altrimenti li libereremo”. La seconda riguarda la scarcerazione di chi è già stato condannato per terrorismo. Persone ritenute pericolose ma che non è possibile né incarcerare nuovamente, né espellere. Fra protezione della popolazione, Stato di diritto e rispetto dei diritti umani, come si muove la Confederazione?

Svizzeri non graditi da Berna

Al Consiglio federale non piace l’idea di riprendersi i “foreign fighters” rossocrociati. Attualmente, nelle zone di conflitto, ve ne sarebbero circa 20, alcuni dei quali catturati da forze statali, altri da milizie locali, altri ancora (forse) a piede libero. Una quindicina quelli nel frattempo rientrati (la statistica tiene però conto delle partenze registrate già dal 2001 e non solo verso Iraq e Siria), contro i quali si sta procedendo (o lo si è fatto) penalmente. Chi non è in carcere, ed è ritenuto pericoloso, è sorvegliato.

La strategia del Governo: nessun rimpatrio attivo (con eventuali eccezioni per i minorenni) e offensiva diplomatica affinché vengano processati in loco e/o da un tribunale internazionale. I procedimenti penali in Svizzera sono solo l’ultima opzione presa in considerazione (anche perché non è comunque possibile procedere a respingimenti). La consigliera federale Viola Amherd spiega: “La sicurezza dei nostri cittadini viene prima di tutto”.

 

Ma cosa ne pensano i parlamentari federali? Corina Eichenberger (PLR, commissione politica di sicurezza del Consiglio Nazionale) condivide l’approccio e non nasconde il suo lato emotivo: “Chi è partito per ammazzare non merita di essere trattato in modo più clemente in Svizzera”.

 

 

Balthasar Glättli (Verdi, pure membro della Commissione politica di sicurezza), stigmatizza il trattamento riservato ai cittadini (comunque) svizzeri, riconoscendo tuttavia il problema sicurezza. Per questo, dice, ci vuole un loro “rientro ordinato e controllato”.

 

 … e via i terroristi stranieri

Balthasar Glättli introduce un secondo problema, già attuale. Riguarda i cittadini stranieri considerati pericolosi ma che non possono essere né incarcerati né espulsi. Perché hanno già scontato una pena, perché mancano sufficienti elementi per riarrestarli e perché nel loro paese d’origine potrebbero essere uccisi o torturati. A prevalere in questo caso è il diritto internazionale, i cui principi sono peraltro contenuti nella nostra Costituzione. E’ il caso di cinque cittadini iracheni che si trovano tutt’ora in Svizzera, tre dei quali già condannati per sostegno all’IS.

Fabio Regazzi, promotore della mozione per l'espulsione dei terroristi islamici, approvata da entrambi i rami del Parlamento
Fabio Regazzi, promotore della mozione per l'espulsione dei terroristi islamici, approvata da entrambi i rami del Parlamento (keystone)

Nel bel mezzo dell’elaborazione di nuove misure di polizia preventive, il Parlamento ha preso tutti in contropiede approvando poche settimane fa una mozione del PPD Fabio Regazzi che esorta il Governo a procedere in ogni caso all’espulsione.

Per Regazzi non si tratta di rimettere in discussione il cosiddetto diritto internazionale cogente (le regole imperative, peraltro sempre rispettate dall’UDC nelle sue iniziative “Per l’espulsione dei criminali stranieri” o “Contro i giudici stranieri”), ma di mettere al primo posto la sicurezza nazionale.

 

Il centro-sinistra (contrario) parla di inapplicabilità della mozione (il Tribunale federale accoglierebbe qualsiasi ricorso) e di “tradimento dei nostri valori, il che ci mette sullo stesso piano dei terroristi”. Così  Balthasar Glättli.

 

Problemi vengono riconosciuti anche da Corina Eichenberger: “Sarà difficile da mettere in pratica”, afferma.

 

 

La consigliera federale Karin Keller-Sutter, in Parlamento, aveva dichiarato: “Facciamo il possibile, controlliamo queste persone, stiamo cercando di espellerle verso Stati terzi, la richiesta è giustificata ma davvero non possiamo procedere a questi rinvii”. Una frase che preannuncia nuove difficoltà per il Governo.

E intanto? Dal settembre 2017 l’intelligence ha a disposizione nuovi strumenti, che tuttavia non permettono il controllo 24 ore su 24 su una persona. Proprio per questo si sta lavorando a nuove misure di polizia. Fra i provvedimenti immaginati: il sequestro dei documenti, l’obbligo di firma, la geolocalizzazione con cavigliere, il divieto d’accesso a determinate zone, il divieto di uscire di casa (alcune di queste misure sarebbero già attuate nei confronti dei combattenti svizzeri nel frattempo già rientrati).

Il cantiere sicurezza è insomma in continuo sviluppo. Nonostante tutto, la Svizzera è finora stata risparmiata dal terrore. Scarso interesse suscitato dal nostro paese (o magari, finanziariamente parlando, proprio il contrario)? Il buon lavoro delle nostre autorità? L’elevato grado di integrazione degli stranieri in Svizzera? Forse la verità è ibrida, le autorità federali stanno in ogni caso pigiando sull’acceleratore per chiudere le falle ancora esistenti nell’apparato.

Gian Paolo Driussi

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