Che cosa può tenere insieme una violoncellista e cantante guatemalteca trentaquattrenne e un chitarrista statunitense sessantaquattrenne, per realizzare un album che qualche critico ha descritto come “sognante” e “intimo”? Sicuramente l’apertura mentale e la frequentazione di musiche disparate, tutte più o meno vagamente legate al concetto di avanguardia. I biografi raccontano che Bill Orcutt, il chitarrista, fu spinto a suonare la chitarra guardando l’esibizione di Muddy Waters in The Last Waltz di Scorsese (ma perbacco, nel film Muddy Waters non suona la chitarra! Lo accompagnava Bob Margolin, quel ragazzo coi capelli ricci che nessuno ha presentato durante il concerto di The Band, e ovviamente c’era anche Robbie Robertson). E Mabe Fratti sarebbe stata folgorata da un disco con musiche di Ligeti, portato a casa casualmente da suo padre, e da un DVD della celeberrima violoncellista Jacqueline du Pré. A trent’anni Orcutt fondò un gruppo (Harry Pussy) insieme alla moglie cubana, la batterista e cantante Adris Hoyos, e fu coinvolto nella scena indie statunitense, con gruppi come i Sonic Youth. In seguito, realizzò decine di album come solista, collaborando con musicisti e con festival che si possono descrivere come “free” e “al di fuori dai generi”. Partita da una formazione classica, ovviamente anche legata al suo strumento, Mabe Fratti si è poi avvicinata al mondo dell’improvvisazione libera, agli intrecci con culture musicali diverse, in un percorso non lontano da quello di Orcutt, che doveva finire per incontrare, prima o poi. Ciò che colpisce in modo particolare nell’album registrato dai due è la capacità di ascolto reciproco e la discrezione, anche nei momenti più intensi. Mabe Fratti poi contribuisce, in due degli otto brani, con la sua voce, a tratti moltiplicata dalle sovraincisioni, che rimanda agli stili di alcune cantautrici latinoamericane e iberiche, una specie di koinè vocale che ha preso piede negli ultimi anni, aiutata dalle risorse della registrazione e del trattamento digitale dei suoni.
Di recente ci sono stati accenni polemici nei confronti dei chitarristi elettrici ultraveloci, dei quali il capostipite è stato Eddie Van Halen, accusato di aver “rovinato la chitarra” mettendo lo shredding, il suonare frasi velocissime e intricate, al vertice dei valori musicali del rock. Bill Orcut certamente non se ne è fatto influenzare: la tecnica non gli manca, ma il suo fraseggio è sensibile, spesso cantabile anche quando è aggressivo, e nell’album si rispecchia bene nelle sonorità del violoncello. Una bella combinazione, davvero.
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