Negli anni Settanta Roma fu la capitale musicale d’Italia. Da lì germinarono stili e tendenze che poi attecchirono nell’intero Paese. Romasuona ne offre per la prima volta un ampio spaccato sotto forma di fotografie d’autore (oltre 700), locandine, manifesti, riviste, biglietti, copertine di dischi, strumenti e amplificazione. La mostra, aperta a Palazzo Esposizioni fino al 12 luglio è curata da Guido Bellachioma – critico e operatore di lungo corso - con la collaborazione di Pino Candido e oltre alle immagini statiche – molte sono inedite - comprende filmati d’epoca e interviste realizzate da Stefano Pistolini con osservatori partecipanti, tra i quali Renzo Arbore, Teresa De Santis e Carlo Massarini. La mostra si snoda attraverso vari percorsi. La prima sala è dedicata a Mario Schifano, artista multimediale che con il suo gruppo rock progressivo Le stelle di Mario Schifano fu un pioniere nello sperimentare la contaminazione dei linguaggi. Il secondo percorso ospita I luoghi della musica a Roma a partire dal Piper, che negli anni Sessanta aveva ospitato i Pink Floyd agli esordi, la Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia, la Scuola Popolare di Musica di Testaccio, il Brancaccio, il Music Inn, dove Chet Baker suonò accompagnato da Giovanni Tommaso, Bruno Biriaco e Amedeo Tommasi, il Titan, il Kilt, il Beat ’72 e il Folkstudio, laboratorio del folk revival e della canzone d’autore, ma aperto al jazz e all’avanguardia. Una terza sala è dedicata a La musica attraversa l’Italia dove sono esposti i protagonisti italiani e stranieri del decennio. Esponenti del folk revival, della canzone politica, del rock, progressivo e non, del jazz e dell’avanguardia. Le radio libere diedero un impulso fondamentale alla crescita della cultura musicale: Radio Alice, Radio Onda Rossa, Radio Città Futura e Radio Popolare mentre la RAI scese in campo con Per voi giovani, Popoff e Un certo discorso. Ruolo analogo ebbero riviste e fanzine, di cui sono esposti esempi rarissimi, da Titan Avantgarde a Gong, da Freak a Cerchio Magico. Il quarto percorso riguarda I festival e le piazze e testimonia l’avvento dei concerti rock che coincide con l’inizio del decennio. Da Palermo Pop del 1970 al Primo Festival Internazionale dei Poeti del 1979 a Castelporziano, passando per Caracalla Pop, il Festival delle Nuove Tendenze di Villa Pamphili e quello di Parco Lambro, che metterà fine all’utopia dell’autoriduzione. Nell’ultima sala, infine, annusiamo gli afrori del tempo come l’onnipresente patchouli, i legami con la società civile e la politica, e poi strumenti, amplificatori, mixer originali e giradischi, il tutto mentre si è immersi in una colonna sonora composta da trecento brani in rotazione, aggiornati ogni due settimane. Le fotografie sono firmate dai maggiori fotografi del tempo (Giorgio Battaglia, Armando Gallo, Roberto Masotti, ecc.) e l’assemblaggio di immagini, documenti e fonti le più disparate offre un’idea un po’ diversa dai luoghi comuni cristallizzati in mezzo secolo di decantazione: gli steccati non erano poi così insuperabili (la Carrà aveva diritto di parola tanto quanto Lene Lovich e non si può pensare a due figure meno agli antipodi), il pubblico era onnivoro e in grado di affollare sia i grandi festival che i piccoli locali dove si faceva una musica per iniziati, la tradizione (la tanto mitizzata “musica popolare”) conviveva beatamente con le innovazioni più ardite: gli spettatori erano gli stessi, che migravano da un luogo all’altro senza preclusioni. È una delle eredità più importanti di un decennio che, per altri versi, non fu proprio edificante e che gli storici ricorderanno come uno dei più bui della Repubblica. Ma la musica aiutò a resistere. Rilevo solo un’omissione nella mostra: l’editoria libraria, che in quegli anni prendeva il volo dando visibilità a una critica nata su riviste e fanzine e meritava anche le librerie, non solo le edicole. Ho in mente case editrici come Arcana e Savelli, anzitutto (entrambe facevano base a Roma), i cui libri coprirono a tappeto il variopinto mondo delle musiche giovanili, con predilezione per le aree alternative (rock, jazz, cantautori, avanguardie, canzone politica) e frequenti sconfinamenti nelle culture underground. A questi due “pilastri” dell’editoria indipendente vanno aggiunti Stampa Alternativa, Gamma, Mazzotta e Lato Side, che ospitarono la crema del giornalismo italiano. Mancano anche riviste importanti come Ombre Rosse, Realismo, La Musica Popolare e Il Nuovo Canzoniere Italiano, su cui prese forma un lungo dibattito sul valore politico della musica, sia quella rock/pop che quella “popolare” come si diceva allora intendendo il “folk”. Peccato per queste dimenticanze, che avrebbero chiuso il cerchio, dalla pratica alla teoria.
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