John Flansburgh e John Linnell si sono conosciuti da adolescenti nel Massachusetts, e hanno cominciato a suonare insieme da dilettanti. Si sono ritrovati a Brooklyn nel 1981, e lì hanno iniziato a esibirsi come duo. Avevano scelto (secondo quanto hanno raccontato) un nome orribile, che rimane tuttora inconfessato. Del resto, anche Simon & Garfunkel avevano cominciato come Tom & Jerry… I due John, quindi, decisero di chiamarsi They Might Be Giants, con un riferimento non meglio precisato a un film del 1971, che a sua volta citava una battuta del Don Chisciotte (“potrebbero essere dei giganti”: i mulini a vento, naturalmente). Nessuna boria, nessun narcisismo: solo un gioco (o “qualcosa che suona molto paranoide”, ha detto uno di loro). E il gioco, un divertimento ingegnoso, è stato la chiave di un’attività che dai primi anni Ottanta è proseguita fino a ora, lasciandoci una discografia sterminata, quasi alla Frank Zappa: ventiquattro album in studio, ventidue dal vivo, diciotto antologie. All’inizio They Might Be Giants si esibivano in duo, con l’accompagnamento di una batteria elettronica o di un registratore a cassette (con le basi), poi concepirono, in seguito a una serie di incidenti che impedirono loro di esibirsi dal vivo, il progetto Dial-A-Song: registravano le loro canzoni su una segreteria telefonica e chi chiamava poteva ascoltarle. Andarono avanti così per una decina di anni, e quei materiali sono stati poi raccolti in alcuni album. All’inizio degli anni Novanta il duo abbandonò le basi su cassetta (che avevano comunque attirato l’attenzione del pubblico e della critica, e delle case discografiche) e reclutò altri musicisti per formare un “vero gruppo”. Il grande successo era già arrivato nel 1990 con Flood, un album certificato platino negli USA e oro nel Regno Unito, il primo del duo prodotto da una major.
Abbiamo a che fare, quindi, con un caso raro: un gruppo artigianale che produce canzoncine brevi e “quirky” (strane), sia nella musica che nei testi, decisamente alternativo alla produzione commerciale, ma che riesce a emergere dalla sua nicchia convincendo un pubblico vasto. Tra questo pubblico, una componente importante è quella dei bambini, che si sono avvicinati a They Might Be Giants per una produzione espressamente destinata all’infanzia, ma anche per la loro produzione (per così dire) “normale”. Perché ciò che sembra “strano” e inaccettabile a certi adulti, o a qualche funzionario dell’industria musicale, è invece del tutto comprensibile a chi non è ancora stato condizionato a respingere “le cose che la canzone non dice” (Jannacci). Volendo aprire le orecchie, quindi, ad ascoltare They Might Be Giants ci si diverte: meglio se si capiscono i testi (che comunque si trovano tutti sul web), ma anche riconoscendosi nei giochi e nei trucchi musicali di questi giocherelloni ingegnosi che vanno per la settantina.
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