"Neon Heat Disease Live In Los Angeles" di Beat, InsideOut Music (copertina)
La Recensione

“Neon Heat Disease Live In Los Angeles” Beat

Un rock minimalista, storicamente informato 

  • 01.04.2026
  • 14 min
  • Franco Fabbri
  • insideoutmusic.com
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Il nome potrebbe far pensare a un accesso di superbia: chi può avere il coraggio di chiamare il proprio gruppo “Beat”? Un po’ come quegli altri, che decisero di chiamarsi “The Band”. Forse, però, può essere un modo per entrare nella storia del rock. Beat è il titolo del secondo di tre album che i King Crimson, nella loro formazione rinnovata (un quartetto “classico”: due chitarre, basso e batteria), pubblicarono all’inizio degli anni Ottanta. Definirono uno stile, combinando le capacità virtuosistiche dei singoli (Robert Fripp, Adrian Belew, Tony Levin, Bill Bruford) con una tessitura compatta, senza le lunghezze (per alcuni paradisiache, per altri no) del progressive rock di dieci anni prima, con una forte influenza del minimalismo e soprattutto di Steve Reich. L’industria musicale, scettica, li snobbò, costringendoli a fare da spalla a gruppi molto meno significanti. Ma se si pensa ora a quel periodo quanti altri nomi vengono in mente, a parte le rockstar da stadio? Così, due membri della formazione originale (Belew e Levin), nell’impossibilità di riformare il quartetto, hanno proposto ad altri due musicisti di rimontare la musica di quei tre album e di riprodurla dal vivo. I due nuovi sono Steve Vai, uno dei grandi virtuosi della chitarra rock (chitarrista in ventuno album di Frank Zappa, fra l’altro), e Danny Carey, batterista dei Tool. Insieme hanno portato a termine il progetto, esibendosi in decine di concerti in Nordamerica e registrando un album dal vivo, del quale ci si occupa in questa recensione.
Sotto certi aspetti è uno strano caso di auto-cover band, impegnata a riprodurre gli originali in ogni minimo dettaglio: la bravura di tutti e quattro è tale che in certi momenti sembra di ascoltare degli estratti dagli album dei King Crimson. D’altra parte, è ormai la norma (accettata apparentemente senza problemi) che gruppi del passato continuino a vivere oggi con solo uno o due dei membri originali, salvo che in questo caso particolare nessuno avrebbe accettato che il gruppo si chiamasse King Crimson senza Robert Fripp. Ma Fripp coltiva ora altre attività (i suoi seminari di Guitar Craft) e non ha più l’età per una tournée rock; Bill Bruford ha un dottorato in musicologia e fa l’accademico. Comunque, Belew e Levin hanno chiesto e ottenuto l’autorizzazione di Robert Fripp a riprendere quel repertorio, includendo qualche brano degli anni Settanta che i King Crimson avevano mantenuto nella scaletta dei loro concerti anche nel decennio successivo.

Probabilmente, il pubblico che accorre (e accorrerà) ai concerti dei Beat non lo fa per assistere a un’esecuzione storicamente informata e con strumenti originali di un repertorio antico, anche se sarebbe il caso di riflettere sulle analogie fra questa pratica e quelle colte. Ma sembra di poter dire che in tempi nei quali gli stadi si riempiono per assistere ad esibizioni davvero squallide, ascoltare quattro “mostri” che suonano (e cantano) per due ore una musica densissima, senza una sbavatura, qualche senso ce lo deve avere.

I Beat suoneranno a Zurigo il 22 giugno, e in varie località italiane tra fine giugno e i primi di luglio.

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