Premessa: l’artista usa il pronome “they” ma, nell’impossibilità di usarlo in modo neutro in italiano senza troncare le desinenze, si è adottata la declinazione al femminile per motivi esclusivi di leggibilità , e non per mancanza di rispetto verso la sua scelta.
Cantautrice, improvvisatrice, virtuosa della chitarra, negli ultimi dieci anni Wendy Eisenberg si è mossa sulla scena indipendente dall’art-rock al jazz, all’improvvisazione free e al folk e all’avanguardia. Il country-folk è il genere più prossimo nel disco che porta il suo nome ed è uscito questa primavera.
L’album nasce nel 2020 in coincidenza con il suo trasferimento dal Massachusetts (dove studiava al conservatorio del New England) a Brooklyn. Il cambiamento drastico fa gravitare Eisenberg, per richiamo nostalgico, verso le sonorità country-folk: le influenze vanno da Gillian Welch, John Prine e Willie Nelson, con sconfinamenti nel weird folk dell’arpista Joanna Newsom, nelle maestose orchestrazioni pop-folk di un’artista tanto geniale quanto trascurata come Judee Sill, o dei più noti Jimmy Webb e Van Dyke Parks. Il trasloco a Brooklyn, in particolare, evoca il chamber pop di gruppi come Dirty Projectors e Grizzly Bear. Altri musicisti che le sono cari sono Jim O’Rourke ed Elliott Smith, ma ricordiamo che la sua formazione è jazz e che ha suonato anche con Bill Orcutt.
«I brani sono autentiche canzoni folk – dice Eisenberg – ma io non cerco di esplorare le potenzialità della chitarra, quanto di includere i linguaggi più strani che questo strumento ha espresso nell’ultimo secolo e mezzo».
Su questo disco che coincide con una nuova fase della sua vita e della sua carriera musicale e professionale, Wendy Eisenberg ha invitato vari amici, come il bassista Trevor Dunn (già con Mike Patton e John Zorn), e Mari Rubio, polistrumentista che qui suona la pedal steel e il synth e che ha curato gli arrangiamenti d’archi e coprodotto il disco.
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