Fino a una manciata di anni fa non pensavamo sarebbe mai stato possibile vedere il colore degli occhi di un uomo di Neanderthal o il tipo di capelli di un antico egizio. A partire dagli anni ’90 si è invece scoperto che sì. Che nonostante il passaggio di secoli o addirittura di centinaia di migliaia di anni, è possibile rintracciare i resti di DNA dalle ossa umane.
Oggi non è raro vedere in archeologia quello che capiterebbe sulla scena di un delitto, con equipes di ricerca sulle tracce di DNA all’intero di aree di scavo, e la possibilità di capire molto di più su migrazioni, abitudini alimentari, malattie, eventi catastrofici.
Grazie alle ricerche sul DNA antico è stato possibile nel 2010 ricostruire il genoma dell’uomo di Neanderthal, e, sempre nello stesso anno, scoprire l’esistenza di un ominide che non conoscevamo: l’uomo di Denisova. Il risultato è stata l’evidenza che siamo molto più strettamente imparentati con altre specie umane, rispetto a quanto sospettassimo.
Ma la frontiera più recente è la possibilità di estrarre DNA anche là dove non sembrano esserci resti: è il cosiddetto DNA ambientale grazie al quale la comunità scientifica è oggi in grado di ricostruire interi ecosistemi e il passaggio delle specie che li hanno attraversati.
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