In futuro i migranti cui è stata respinta la domanda di asilo in un Paese dell’Ue potranno finire – se non possono essere rimpatriati – in un centro chiuso in un cosiddetto “Paese terzo”: fuori dall’Unione e diverso da quello d’origine
Stiamo parlando dei “Return hub”. Il più noto è quello voluto dal governo italiano di Giorgia Meloni in Albania, per gestire le procedure di asilo, ma che per decisione di vari tribunali italiani viene utilizzato principalmente come centro di espulsione. E proprio questi centri di espulsione sono previsti nel nuovo regolamento europeo sui rimpatri, il cui iter procedurale per l’approvazione definitiva è in fase conclusiva: dovrebbe concludersi a luglio
E se Austria e Germania, per citare due Paesi membri dell’Ue e vicini di casa della Svizzera – stanno già pensando di istituire i propri “Return Hub” - anche la Svizzera potrebbe partecipare. O almeno questo è quello che propone una mozione promossa dal Partito liberale radicale e sottoscritta da deputati di vari partiti, in discussione domani agli Stati.
Va detto che il nuovo regolamento UE sui rimpatri coinvolgerà anche la Svizzera - che ha due anni di tempo per recepirlo nel diritto nazionale – ma la partecipazione a un centro di rimpatrio non è obbligatoria per gli Stati aderenti agli accordi di Schengen/Dublino.
Quali vantaggi – quindi - potrebbero esserci a partecipare alla creazione di questi “Return Hub”? E, anche in presenza di una base giuridica europea, questi centri sono compatibili con gli standard elvetici in materia di Stato di diritto e Diritti umani? E sono efficaci?
Ne parliamo con due ospiti:
CARLO SOMMARUGA, consigliere agli Stati socialista, di Ginevra
SIMONE GIANINI, consigliere nazionale ticinese del PLR
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