Il 24 marzo 2026 ricorrono i cent’anni dalla nascita di Dario Fo, e mai come oggi vale la pena tornare a interrogarsi sulla sua figura, spesso imprigionata in etichette troppo strette, quando non addirittura ridotta a una caricatura ideologica. Fo non era credente, almeno non nel senso tradizionale del termine. Infatti, rifuggiva dogmi, riti, appartenenze codificate. Non si riconosceva in alcuna Chiesa, né sentiva il bisogno di farlo. Eppure, paradossalmente, pochi artisti del Novecento hanno saputo parlare di spiritualità con la sua stessa forza, con quella capacità rara di renderla concreta, terrena, perfino scomoda.

La religiosità di Fo non abitava le sacrestie, ma le strade, i mercati, le periferie dimenticate. Non cercava il divino nei cieli astratti della teologia, ma nella carne viva dell’umanità, nei gesti quotidiani, nelle contraddizioni più evidenti. Era una tensione morale, una fame di giustizia, un bisogno quasi fisico di smascherare le ipocrisie del potere e di restituire voce a chi non ne aveva. Il suo Cristo non era quello delle cattedrali dorate, ma quello delle piazze polverose, un uomo tra gli uomini, sporco di fatica, vicino agli ultimi. Un Cristo che ride, che inciampa, che lotta e che, soprattutto, si indigna.
Non sorprende, allora, che Fo guardasse con ammirazione a figure come Andrea Gallo o David Maria Turoldo, sacerdoti che non si limitavano a predicare la fede dall’altare, ma la vivevano nelle contraddizioni del mondo reale. In loro riconosceva quella radicalità evangelica che lui stesso inseguiva nel teatro, una parola capace di ferire prima ancora che consolare, di mettere in crisi anziché rassicurare. Una parola che non addormenta le coscienze, ma le costringe a restare vigili.
Negli ultimi anni della sua vita, Fo trovò un interlocutore inatteso e per certi versi sorprendente in Papa Francesco. Lo definì un rivoluzionario, uno dei pochi capaci di riportare al centro l’essere umano prima dell’istituzione, la misericordia prima della regola. In quel pontificato intravide qualcosa che gli era familiare e cioè lo spirito libero e inquieto del suo amatissimo Francesco d’Assisi, un santo che sentiva più vicino ai poveri che ai potenti, più alla terra che ai palazzi. Una spiritualità essenziale, spogliata, che secondo Fo si era smarrita non solo nella Chiesa, ma perfino in quella sinistra di cui era stato, a suo modo, un simbolo critico.
Fo, in fondo, non voleva demolire per il gusto di farlo, ma liberare. Voleva liberare la fede dalle sue incrostazioni, il teatro dalle élite che lo rendevano inaccessibile, la cultura dall’ignoranza e dall’indifferenza. Il Nobel che ricevette nel 1997 fu, più che un traguardo, il riconoscimento di questa tensione continua: un grido per la libertà attraverso l’arte, un invito ostinato a pensare con la propria testa, a non accettare verità preconfezionate, a dubitare persino delle proprie convinzioni.
A cent’anni dalla sua nascita, il suo “vangelo laico” continua a interrogare con una forza che non si è affievolita. Non perché offra risposte semplici o consolatorie, ma perché costringe a porre le domande giuste, quelle che spesso si evitano. Dove si nasconde oggi il sacro, in un mondo sempre più disincantato? Chi sono davvero gli ultimi, al di là delle retoriche? E soprattutto, chi ha ancora il coraggio di ascoltarli e di lasciarsi cambiare da ciò che dicono?
Dario Fo. Il genio giullare
A 100 anni dalla nascita, il racconto di un maestro del teatro
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Le origini del “fenomeno Fo” (1./5)
Alphaville: le serie 23.03.2026, 12:35