A cento anni dalla nascita

Dario Fo, il giullare che smascherò il potere

Con il grammelot e la satira ha reinventato la tradizione dei giullari, dileggiando il potere e restituendo voce agli ultimi. Premio Nobel nel 1997, Fo ha attraversato il Novecento come un clown sapiente, trasformando il teatro in un’arma civile fino all’ultimo giorno

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Dario Fo
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Di: Mat Cavadini 

È stato il più grande giullare dell’età contemporanea, con quei suoi occhi enormi e quella voce capace di trasformarsi in mille altre, e quell’impasto di parole e suoni che continua a risuonare nelle orecchie dei posteri. Quando si pensa a Dario Fo (nato il 24 marzo 1926), si pensa inevitabilmente al suo grammelot: un’arte antichissima e modernissima insieme, un linguaggio di suoni, dialetti, nonsense e pernacchie, che affonda le radici nei giullari medievali, nei fabulatori rinascimentali, nei comici dell’arte. Fo lo reinventò come un’arma scenica, una furia linguistica e satirica che travolgeva ogni cosa, e in primo luogo il potere, contro cui il giullare si scagliava indomito e sardonico.

Fu proprio questa capacità di rinnovare una tradizione millenaria che gli valse il Nobel nel 1997, con la celebre motivazione: «seguendo la tradizione dei giullari medievali ha dileggiato il potere restituendo dignità agli oppressi». Fo ne fu orgoglioso: gli Accademici di Svezia avevano capito la sua missione, o meglio la loro missione, sua e di Franca Rame. Lo disse subito: quel premio non era solo suo, ma anche di Franca, la sua Franca, la compagna di una vita, la coautrice, la consigliera, la donna che — raccontò — gli sarebbe apparsa in sogno ogni notte dopo la morte, quasi a voler confutare il suo ateismo dichiarato.

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Dario Fo

RSI Cultura 13.10.2016, 12:02

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Insieme, Fo e Rame hanno portato avanti una missione teatrale e civile: irridere il potere, sovvertire la morale, mostrare la forza dirompente di ciò che sfugge all’omologazione. Negli anni Sessanta iniziarono a piegare il teatro dell’assurdo — ereditato da Jarry e filtrato attraverso la lezione di Brecht — a una dimensione comica e clownesca. I titoli stessi erano dichiarazioni di poetica: Gli Arcangeli non giocano a flipper, Chi ruba un piede è fortunato in amore, La signora è da buttare, La colpa è sempre del diavolo. Ma dietro l’assurdo c’era una lucidità politica ferrea: la satira come strumento di smascheramento, la comicità come forma di conoscenza.

Il grande successo arrivò con Mistero Buffo nel 1969, quando Fo, sulla scia dei giullari e dei cantastorie, si divertì a riplasmare la materia religiosa, raccontando — tra sacro e profano — papi tronfi, villani astuti, miracoli rovesciati. La satira esplose in tutta la sua potenza eversiva, sollevando i malumori dell’Italia democristiana e clericale, che espunse la coppia Fo‑Rame dalla televisione e dai teatri “rispettabili”. Ma proprio quell’esclusione li rese più liberi, più radicali, più necessari.

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19:56

Dario Fo

RSI Cultura 13.10.2016, 12:06

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Poi vennero gli anni della contestazione, la strage di Piazza Fontana, la strategia della tensione. Il teatro di Fo si fece cronaca, inchiesta, denuncia. Dalla derisione dell’ipocrisia religiosa si passò all’invettiva contro la politica, le istituzioni, i servizi segreti. Nacquero Morte accidentale di un anarchico (sulla morte di Pinelli), Il Fanfani rapito, Non si paga! Non si paga!, Pum pum! Chi è? La polizia, Tutta casa, letto e chiesa, Clacson, trombette e pernacchi. Con l’avvento di Berlusconi, il nuovo bersaglio fu lui, con il suo corteo di veline, portaborse e sudditi. Fo non arretrò di un millimetro: la satira, per lui, era un dovere civile.

Fino alla fine continuò a lavorare, a scrivere libri, a dipingere — riscoprendo la sua prima vocazione, avendo frequentato il liceo artistico e l’Accademia di Brera — e a portare in scena Mistero Buffo, nonostante i medici glielo sconsigliassero e il fiato gli mancasse proprio in quel profluvio affabulatorio che lo aveva reso unico. In questo, Fo ricordava ciò che Michail Bachtin scriveva del carnevale medievale: il riso come forza rigeneratrice, come energia che non si spegne mai del tutto, neppure quando il corpo cede.

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Dario Fo

RSI Cultura 13.10.2016, 11:58

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Dario Fo è stato questo: un giullare sapiente, un clown tragico, un intellettuale popolare, un artista che ha saputo unire la tradizione più antica del teatro europeo con la modernità più feroce. E che, fino all’ultimo, ha creduto che ridere del potere fosse il modo più serio per difendere la libertà.

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