Jon Fosse

Il “buio luminoso” di una realtà scarnificata

E’ davvero uno strano caso quello di Jon Fosse, scrittore e drammaturgo norvegese nato nel 1959, che ormai da tempo figura tra gli autori di teatro maggiormente rappresentati e tradotti a livello mondiale (è secondo soltanto a Shakespeare e al connazionale Ibsen).  Un caso strano, anzi stranissimo, ma in fondo neanche troppo, perché costituisce l’ennesima conferma che la storia, nei suoi vari aspetti, è fatta di corsi, ricorsi e fenomeni che tendono fatalmente a ripetersi.

Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, i suoi antenati scandinavi Ibsen e Strindberg, partendo dall’estremo nord, conquistarono i palcoscenici europei passando attraverso il filtro della cultura tedesca. Lo stesso discorso vale per Fosse, con la sua impervia rilettura dell’immagine dell’individuo e dei rapporti umani, che ha fatto breccia nell’Europa continentale passando attraverso la cultura germanofona e anglofona.

La cultura italofona, invece, esattamente come nel caso di Ibsen e Strindberg, ma tutto sommato anche di Ingmar Bergman in tempi più recenti, ha enormi difficoltà a metabolizzare gli ambienti, le suggestioni e la struttura piuttosto inusuale delle opere degli autori scandinavi. Il risultato è che la drammaturgia e la narrativa di Fosse, alle nostre latitudini, sono rimaste fino ad ora una terra pressoché incognita. L’unica vera eccezione è costituita da quello che viene unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro teatrale, “Sogno d’autunno”, una lucidissima e malinconica riflessione sul senso del tempo e sull’enorme e quasi insostenibile quantità di morte che si accumula nella nostra vita. Il testo, nel quale si può ravvisare un ideale  punto d’incontro -anche nel titolo- tra Strindberg e Bergman, è stato ottimamente portato sulle scene più importanti della Penisola da Valerio Binasco.

Ma la difficoltà di ricezione a sud delle Alpi non è priva di ulteriori e più sostanziali motivi, perché il fascino del mondo poetico di Fosse -a differenza dell’altro grande caso degli  ultimi  decenni,  quello della giovane e sfortunata inglese Sarah Kane, autrice tra l’altro dello sconvolgente “Psicosi delle 4 e 48”,  che  negli anni  Novanta  fece  perno  su una comunicazione violenta e rabbiosa ma  comunque  inserita  in  una  ben  precisa  tradizione- consiste in una quasi totale scarnificazione e riduzione ai minimi termini. In Fosse, sia nella drammaturgia che nella narrativa, tutto è limitato all’essenziale: le sparute indicazioni sceniche e le parti descrittive si limitano ad evocare una vaga e indistinta atmosfera, gli scambi di battute si riducono talora al monosillabo seguito da una pausa, molto spesso anche i personaggi sono privi di un’identità ben definita, di modo che vengono a mancare i requisiti essenziali del realismo o comunque della verosimiglianza.

E’ in questo modo, introducendo una nuova e straniante centralità del testo narrativo e drammaturgico inteso come una partitura musicale fatta di inerzie e silenzi, che Fosse, con la sua poetica del “buio luminoso”, è riuscito a esprimere come pochi altri in questi ultimi anni -dopo Beckett, se proprio si vuole fissare un termine di riferimento temporale- la solitudine e l’incomunicabilità nell’epoca della comunicazione globale. Un altro testo di assoluto valore, intitolato “Caldo”, è andato in scena a Roma per la regia di Alessandro  Machia. Ma la produzione di Fosse è molto ampia: tra gli  altri titoli  di  rilievo  spiccano “Variazioni  di  morte”,  “Sonno”,  “Io  sono  il  vento” (ottimamente portato in scena da Alessandro Greco),  “Inverno” e “Qualcuno arriverà”, tutte  opere  che  meriterebbero un posto fisso nei cartelloni degli stabili. Rimane tuttavia il fatto che con Fosse ci si trova indiscutibilmente al cospetto di un mondo poetico tutt’altro che facile e consolatorio, e soprattutto di non immediata fruibilità e comprensione.

Per    rendere    un’idea   di quanto   sia   difficile  recepire Fosse  in ambito italofono  può forse  tornare utile  un  esempio   tratto   da “Sogno  d’autunno”,  dove  c’è una  scena  nella  quale  si  immagina  un  rapporto  sessuale consumato   all’interno   dello spazio di un cimitero. Uno dei personaggi  indica  una  lapide e  pronuncia  la  seguente  battuta: «Forse lui la prese qui, al cimitero...». Una  simile  battuta,  alle nostre latitudini, suonerebbe non solo inutilmente trasgressiva e volgare,  ma  anche  di  orrido  gusto, mentre nei paesi nordici non produce alcun effetto particolare o al massimo contiene  una  lieve  forzatura, perché in Scandinavia i cimiteri  sono  spesso  incorporati nelle città come giardini pubblici  dove  le  persone  si  trattengono  per  conversare,  incontrarsi, mangiare all’aperto e perfino prendere il sole. Si   potrebbe   pensare,  per analogia,  alla  celebre  battuta di  Pozzo  nel  secondo  atto  di “Aspettando  Godot”  di  Beckett, «Ci danno la vita a cavallo  di  una  tomba»,  che  però  non si inserisce in uno specifico contesto e ha più il tono dell’aforisma, della sentenza o perfino della condanna.

Ma in che filone è possibile inserire uno scrittore e drammaturgo atipico come Fosse? Uno dei grandi utopisti e innovatori della scena del Novecento, Jerzy Grotowski, diceva giustamente che in ogni ambito artistico, ma soprattutto nel teatro, è impossibile «non essere figli di qualcuno». Anche Fosse, quindi, è inevitabilmente figlio di qualcuno: non tanto, però, del suo antenato e connazionale Ibsen, al quale lo uniscono solo talune atmosfere e ambientazioni tipicamente scandinave (i fiordi, il mare e la molto protestante e quasi masochistica tendenza introspettiva dei personaggi), quanto piuttosto di Beckett e soprattutto di Pinter, perché anche in Fosse è possibile ravvisare una laconicità e una scansione delle battute che ricordano il gergo denominato “pinteresque”. Ma con una netta differenza: nel teatro e nella narrativa di Fosse, nella loro atonalità di fondo, nelle parole che dicono il silenzio e nel silenzio che evoca parole non dette perché indicibili, non c’è alcuna disperante assurdità, né tantomeno l’incombere metafisico di un’eventuale minaccia. C’è soltanto la semplice quanto abissale consapevolezza, come diceva il suo nume tutelare Heidegger, che l’essere umano (purtroppo, o forse per fortuna) non è nel mondo come l’acqua in un bicchiere o la chiave in una toppa. Una consapevolezza che spesso, anzi quasi sempre, non trova parole, nascosta com’è nel “buio luminoso” del vivere e dover morire.

Mattia Mantovani
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