Negli ultimi anni il femminismo occidentale si è trovato davanti a un paradosso: più si globalizza, più rischia di parlare con una sola voce. È un limite che emerge ogni volta che discutiamo di velo, diritti riproduttivi, libertà sessuale o modelli familiari. La tentazione è sempre la stessa: trasformare la propria esperienza in un metro universale. È qui che il lavoro della filosofa Serene J. Khader, Decolonizing Universalism, torna utile non come oggetto di analisi, ma come bussola. Non perché offra soluzioni definitive, ma perché ci costringe a fare una cosa che il femminismo occidentale fa ancora con fatica: decentrare lo sguardo.
Khader sostiene che non esiste emancipazione possibile se continuiamo a confondere l’universalismo con l’uniformità. È un’intuizione che vale ben oltre il suo libro. Vale per il modo in cui leggiamo le proteste delle donne iraniane, per come interpretiamo le battaglie delle lavoratrici migranti in Europa, per come giudichiamo le scelte delle donne musulmane che indossano il velo. L’Occidente tende a vedere in queste pratiche o una minaccia o un segno di arretratezza, raramente una forma di agency. Eppure, la libertà non si misura solo attraverso i simboli che riconosciamo, ma attraverso la capacità concreta delle donne di incidere sulle proprie vite.
Le proteste delle donne iraniane, ad esempio, vengono spesso interpretate in Occidente come un movimento lineare verso un ideale di libertà che coincide con l’abbandono di simboli religiosi o culturali. Eppure, ciò che è in gioco in quelle mobilitazioni è molto più stratificato: non solo il rifiuto di imposizioni statali sul corpo, ma anche la costruzione di nuove forme di solidarietà, di protagonismo politico, di ridefinizione dello spazio pubblico. Ridurre tutto a una questione di simboli significa impoverire il senso.
Il caso del velo è ancora emblematico. In Europa è diventato un campo di battaglia identitario, un oggetto politico che dice più su di noi che su chi lo indossa. La retorica della “liberazione” presuppone che l’uguaglianza passi necessariamente attraverso la rottura dei codici culturali non occidentali. È una narrazione rassicurante, perché conferma la nostra idea di modernità. Ma è anche una narrazione cieca, perché ignora le condizioni materiali, le pressioni sociali, le strategie quotidiane con cui le donne negoziano spazi di autonomia dentro sistemi che non assomigliano ai nostri.
Decolonizzare il femminismo non significa relativizzare tutto, né accettare pratiche oppressive in nome della cultura. Significa, più semplicemente, fare domande migliori. Non: “Questa pratica è emancipante secondo i nostri criteri?”. Ma: “In questo contesto, questa pratica aumenta o riduce il potere delle donne?”. È un cambio di prospettiva che permette di vedere ciò che spesso ignoriamo: che l’emancipazione non è un modello da esportare, ma un processo che nasce dentro le fratture sociali, nelle reti informali, nelle forme di resistenza quotidiana.
In molti contesti africani, ad esempio, la partecipazione politica informale nei consigli di villaggio offre alle donne un margine decisionale maggiore di quello garantito dalle istituzioni formali. In altri, ruoli tradizionali vengono reinterpretati come spazi di negoziazione, non come gabbie immutabili. Sono dinamiche che sfuggono a un femminismo che pretende di riconoscere la libertà solo quando assume la forma che conosce.
Il rischio, altrimenti, è quello di un femminismo che parla alle donne ma non con le donne. Un femminismo che, pur animato dalle migliori intenzioni, finisce per riprodurre le stesse gerarchie che vorrebbe combattere. L’intuizione di Khader ci ricorda che l’universalismo non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo: qualcosa che si costruisce ascoltando, non imponendo.
Forse il compito politico più urgente non è salvare le donne, ma riconoscere le loro lotte come parte della stessa battaglia globale per la giustizia. Non universalizzare l’Occidente, ma universalizzare la possibilità di scegliere. È un lavoro più complesso, certo. Ma è l’unico che può evitare al femminismo di diventare ciò che teme di essere: un’altra forma di potere che non sa più guardare oltre sé stesso.
Quei soffitti invisibili ancora da sfondare
Moby Dick 31.01.2026, 10:00
Contenuto audio


