Oltre i generi tradizionali

Quando il corpo non è binario

Intersessualità, tra biologia e società: voci e sfide di una realtà ancora poco visibile

  • 9 giugno, 12:00
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Di: Alphaville/EBo 

Se si incontrano cento persone, è probabile che almeno una sia intersessuale. Eppure, l’intersessualità resta una condizione poco conosciuta e raramente discussa, anche all’interno della comunità arcobaleno. Si tratta di variazioni biologiche delle caratteristiche sessuali presenti fin dalla nascita, che non consentono una classificazione precisa nei tradizionali schemi di “maschile” e “femminile”. Ma, come emerge dal dialogo tra Elisa Rossello e Federico De Angelis, biologo e coordinatore dell’associazione bellinzonese Imbarco Immediato, la dimensione più complessa non è tanto quella medica quanto quella sociale.

«Quando parliamo di intersessualità ci riferiamo al sesso biologico», spiega De Angelis. «Ci sono casi in cui il binarismo classico va un po’ a complicarsi e queste persone non possono essere incasellate direttamente tra uomini e donne». Una condizione che riguarda tra l’1 e il 2% della popolazione e che non sempre si manifesta in modo evidente alla nascita: molte persone scoprono di essere intersessuali solo durante la pubertà o in età adulta.

Dal punto di vista sanitario, sottolinea il biologo, «nella maggior parte dei casi non ci sono problemi di salute», anche se alcune situazioni richiedono interventi precoci. Negli ultimi anni, tuttavia, l’approccio medico sta cambiando: si tende a evitare operazioni sui bambini intersessuali se non strettamente necessarie. «Oggi si cerca di far crescere l’individuo con la propria situazione, lasciando a lui o lei la scelta se e come intervenire», aggiunge De Angelis, ricordando come in passato fossero spesso i genitori a decidere, con conseguenze talvolta difficili sul piano psicologico.

È proprio su questo piano che emergono le sfide più profonde. In una società costruita su categorie rigide, crescere con un corpo che sfugge a tali definizioni può generare disorientamento e isolamento. «La vita delle persone intersessuali può subire problematiche dal punto di vista psicologico», osserva De Angelis, «simili a quelle vissute da altre persone della comunità arcobaleno». Il riferimento è in particolare alle esperienze di chi si trova a confrontarsi con un’identità percepita che non coincide con le aspettative sociali o con decisioni prese da altri.

Nonostante ciò, le persone intersessuali restano poco visibili. Anche le associazioni che si occupano di diritti LGBTQIA+ ricevono raramente testimonianze dirette. «Sono poche le persone intersessuali che ci contattano», ammette De Angelis, evidenziando come questa condizione venga spesso vissuta in modo intimo e privato. Una discrezione che contribuisce a mantenere il tema ai margini del dibattito pubblico.

Sul piano dei diritti, la strada è ancora lunga. «In Svizzera non esiste una legge che vieti interventi sui bambini intersex», ricorda De Angelis, indicando una delle prossime battaglie delle associazioni. A livello internazionale, la situazione non è molto diversa: pochi Paesi hanno adottato normative specifiche in materia.

Eppure, qualcosa sta cambiando. La crescente attenzione culturale verso le identità non binarie e le rappresentazioni più inclusive nei media stanno contribuendo a far emergere nuove consapevolezze. «Il fatto di parlare di queste tematiche è tutto un aiuto», afferma De Angelis. «Quando si affrontano certi discorsi si mette l’accento su qualcosa che probabilmente manca, anche sul piano politico oltre che sociale».

In definitiva, l’intersessualità non è solo una questione di biologia, ma una lente attraverso cui interrogare i limiti del nostro modo di classificare e comprendere l’identità umana. In un mondo abituato a dividere, ascoltare queste voci significa aprire spazi nuovi, più complessi e più inclusivi.

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Alphaville 03.06.2026, 11:45

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  • Francesca Rodesino

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