Società

Uguaglianza, salari e immobilismo: il problema è (anche) culturale

Il titolo di uno dei più importanti quotidiani del nostro Paese, e la realtà della disparità salariale tra uomini e donne

  • 17.09.2025, 12:00
Melanie Griffith e Harrison Ford in Una donna in carriera, 1988

Melanie Griffith e Harrison Ford in Una donna in carriera, 1988

  • IMAGO / Cinema Publishers Collection
Di: Kappa / Yari Bernasconi 

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo della Neue Zürcher Zeitung che mi ha fatto pensare.

Non si tratta esattamente di un articolo memorabile, ma a modo suo significativo, con un titolo che in sostanza dice: Taylor Swift guadagna molto più del futuro marito, e questo, secondo degli studi, non favorirà la loro relazione. Il sommario specifica ulteriormente: “Oggi sono più spesso le donne a portare a casa i soldi, anche in Svizzera”.

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  • IMAGO / Imagn Images

La mia prima reazione è stata di sconforto: davvero nel 2025 il maschilismo più becero è tanto radicato da rendere difficile accettare che la tua compagna, la persona a cui teoricamente dovresti voler bene, guadagni più di te? La risposta è evidentemente sì.

Ho avuto però anche una seconda reazione, di parziale stupore: davvero, come sembra suggerire la pagina curata da Beatrice Bösiger, sono sempre più spesso le donne a portare i soldi a casa? In realtà, l’articolo lancia il sasso e nasconde il braccio, come si dice, e infatti la tabella dell’Ufficio federale di statistica pubblicata in allegato sgonfia immediatamente il sensazionalismo dei titoli, mostrando chiaramente che c’è molto poco da festeggiare: le donne portano certo più soldi a casa rispetto a un tempo, ma in percentuale sempre meno degli uomini.

Non so cosa spinga uno dei più prestigiosi quotidiani d’Europa a scrivere titoli e sottotitoli gratuitamente sibillini, ma almeno sono andato a recuperare alcune statistiche recenti per poter ricordare – se ce ne fosse bisogno – che ancora oggi le donne in Svizzera guadagnano circa il 16% in meno degli uomini, di cui una buona metà di questo 16% risulta misteriosa, o meglio unerklärbar, e cioè inspiegabile. Sempre che non la si chiami: discriminazione.

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Rimangono le disparità salariali tra uomo e donna

Telegiornale 22.08.2015, 02:34

D’altra parte, la rivista “The Economist” pubblica ogni anno una classifica per capire quale sia il miglior luogo per una donna che lavora fra 29 paesi dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Una classifica istruttiva, poiché la Svizzera, che secondo altre classifiche a livello globale risulta sempre ai primi posti – se non al primissimo – per ricchezza e innovazione, in quest’altra classifica raccoglie una figura ridicola, posizionandosi (prendiamo i dati del 2025) 26esima sui 29 paesi presi in considerazione (peggio di lei riescono a fare solo Giappone, Corea del Sud e Turchia).

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Disparità salariali tra medici

Telegiornale 29.10.2018, 21:00

Si dirà che le classifiche lasciano il tempo che trovano, ma questo tipo di classifiche si basano pur sempre sull’incrocio di diversi criteri e dati. Nel caso citato, per esempio, si riuniscono (fra gli altri) il fatto che la custodia extra-scolastica dei bambini in Svizzera costa più di tre volte il costo medio degli altri paesi OCSE considerati e il fatto che i congedi parentali per la nascita di un figlio in Svizzera sono più di 4 volte inferiori per la madre e 7-8 volte inferiori per il padre rispetto alla media degli altri paesi OCSE considerati. Attenzione, non rispetto ai primi paesi della classifica: rispetto alla media. Sarò forse troppo severo, ma si tratta di risultati inaccettabili, a maggior ragione per un paese che si fregia (e a volte si vanta) di essere uno dei più ricchi e innovativi del mondo.

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Disparità salariale nel tennis

Telegiornale 26.03.2016, 21:00

Che fare? Forse, per cominciare, dovremmo finalmente ammettere che certo il problema è strutturale e culturale, ma rimane un problema (da cui derivano pure alcune incongruenze costituzionali, come sul tema della parità salariale). Così, se il problema è strutturale e culturale, è necessario cambiare il quadro generale, rifondarlo, riscriverlo. E questo si può fare solo intervenendo in profondità, con investimenti – anche sociali, anche culturali – a medio (o lungo) termine. Perché l’aspetto che più spaventa non è il 26esimo posto su 29 nel 2025, ma il fatto che la Svizzera è al 26esimo posto dal 2016. In poche parole, non si tratta di lentezza, ma di un immobilismo politico imbarazzante.

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