Ed eccoci qui, un’altra volta. Almeno fin quando la Brexit non ridurrà i Championships a torneo rionale. O ci costringerà alle imboscate notte-tempo sui tir in transito da Calais, direzione Dover.
La sala stampa di Wimbledon è una sonora pernacchia alle velleità isolazioniste espresse dal voto di giovedì. Caotica nella sua efficenza, multilinguistica eppure anche nazionalistica. Ritrovarsi un anno dopo segna l’inizio dell’estate. Le solite facce, qualche rara novità scrutata con diffidenza, tra pettegolezzi e indiscrezioni. Presunte verità che mai nessuno avrà il coraggio, o la sconsideratezza, di pubblicare. Scoop fasulli ma immancabilmente clamorosi.
D’altronde la vigilia serve a questo, espletare i convenevoli, liquidare le incombenze, risolvere quell’inafferrabile enigma che è la password del Wi-Fi.
Così nella domenica prima del torneo il tecnico informatico assume l’autorevolezza di un santone indiano, anche senza tunica arancione. Interrogato con reverenza, ascoltato con ossequio. Altro che Federer. Superata l’ansia da connessione internet, il lavoro può attendere. C’è da chiedere e ripetere almeno una dozzina di volte lo stesso mantra: quando si è arrivati, dove si dorme, un consiglio per mangiare indiano.
Chi sta in albergo è marchiato dall’infame timbro del novizio. Perché gli habituée prenotano di anno in anno le case su Church Road, così da rimarcare la loro familiarità con la zona: hanno un off-licence di riferimento, conoscono il miglior thai. E a Londra, intesa come nord del Tamigi, non mettono piede neppure la domenica. Per non tradire la toponomastica meridionale che ospita l’All England Club, un meraviglioso villaggio vacanze. Nelle prossime due settimane, centro dell’universo, almeno per chi può spacciare per lavoro l’hobby prediletto.
Lorenzo Amuso





