Mondo

Sabotaggi energetici, una tattica di guerra ormai consolidata

Infrastrutture come obiettivo nei conflitti degli ultimi decenni - L’Azerbaijan ha affermato di aver sventato degli attacchi alla BTC, pipeline strategica per gli approvvigionamenti occidentali e israeliani

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BTC in Turchia
01:36

RG delle 7 del 10.03.2026 - Azerbaigian sventa attacchi iraniani

RSI Info 10.03.2026, 16:12

  • Keystone
Di: Stefano Grazioli, giornalista esperto di Russia e Paesi postsovietici 

Il metodo di colpire sistematicamente infrastrutture energetiche è entrato ormai a far parte di ogni guerra e quella in Medio Oriente non fa naturalmente eccezione: anzi, questo aspetto è diventato fondamentale nel conflitto che sta infiammando non solo la regione, ma il mondo intero, con riflessi che toccano le scelte politiche e militari e che condizionano i mercati finanziari e le economie internazionali. L’Azerbaigian ha infatti dichiarato di aver sventato negli ultimi giorni diversi attacchi terroristici da parte dell’Iran. Uno di questi mirava a sabotare la BTC (Baku-Tbilisi-Cheyan), una delle più importanti pipeline che dal Mar Caspio, attraverso l’ex repubblica sovietica, arriva sino in Turchia e poi in Europa.

Attentati e bombardamenti su infrastrutture a prima vista solo civili, come oleodotti, gasdotti, raffinerie o navi cisterna, non sono semplicemente effetti collaterali, ma sono diventati parte integrante nella tattica e nella strategia dei conflitti recenti: da quello della prima guerra del Golfo nel 1990, passando per quelli in Iraq nel 2004, in Libia del 2022, in Ucraina a partire dal 2014 e soprattutto dal 2022.

A rischio le forniture per l’Europa

Nel caso più recente della BTC, sono stati i servizi segreti azerbaigiani a dare l’allarme: nel mirino dell’Iran è infatti finita l’arteria fondamentale per il trasporto di petrolio dai giacimenti del Caspio all’Europa. L’oleodotto - un progetto non solo economico, ma politico, costruito negli anni Novanta per bypassare la Russia e controllato in larga parte da società occidentali, come la britannica BP che detiene il 30% delle quote del consorzio - raccoglie anche parte delle forniture in arrivo dall’Asia centrale, soprattutto dal Kazakistan, ed è diventato così una struttura fondamentale per gli approvvigionamenti energetici dell’Occidente. In particolare dal 2022, dopo la riduzione delle importazioni dalla Russia, a seguito dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la BTC ha acquisito un ruolo sempre maggiore, anche per Israele, che attraverso l’oleodotto riceve circa il 30% del petrolio che importa, utilizzato anche nel campo militare. Se il bersaglio per ora è stato mancato dall’Iran, i tubi, che si snodano per quasi 1800 km in tre Stati - Azerbaigian, Georgia e Turchia - sono impossibili da mettere completamente in sicurezza e il rischio rimane elevato: insieme agli attacchi a varie raffinerie nei paesi del Golfo e alla chiusura dello stretto di Hormuz, con le conseguenze immediate sull’intera struttura economico-finanziario, è stata messa così in evidenza la vulnerabilità del sistema, con il pericolo di un effetto domino non controllabile.

L’esempio di Nordstream

Se l’Iran ha messo nei radar la BTC e attaccato infrastrutture nei Paesi vicini, il più grande attacco a un gasdotto in Europa è stato quello a Nordstream, che univa direttamente Russia e Germania. Nel settembre del 2022 un commando ucraino ha fatto saltare il collegamento sotto il Mar Baltico, dando così il via alla ridefinizione degli equilibri energetici in Europa, che ora con la guerra in Medio Oriente sono sottoposti a nuove tensioni. Il sabotaggio della pipeline russo-tedesca - anch’essa, come la BTC, un disegno non solo energetico, ma geopolitico – ha dato il via al disaccoppiamento tra Russia e Unione europea, con la diminuzione progressiva dell’import di gas e petrolio russo da parte dell’UE e la sostituzione con quelli da altre nazioni, dalla Norvegia agli stati del Golfo, passando per gli USA. Nel contesto del conflitto tra Russia e Ucraina gli attacchi al settore energetico, dall’una e dall’altra parte, sono stati una costante sin dall’inizio e si sono intensificati progressivamente. Mosca da un lato ha puntato alle infrastrutture interne ucraine, Kiev ha risposto prendendo di mira anche navi cisterna della flotta fantasma russa, come accaduto con la metaniera colpita qualche giorno fa nel Mediterraneo, al largo di Malta.

All’inizio fu la CIA

L’idea di sabotare un gasdotto per creare difficoltà economiche-finanziarie a un paese non è comunque cosa recente: risale ai tempi della Guerra fredda, quando ancora in realtà l’energia non era ancora diventata né un arma di pressione né un obbiettivo militare, anche se la crisi petrolifera degli anni Settanta aveva cominciato a cambiare gli equilibri. Il primo episodio fu quello organizzato dalla CIA in Unione Sovietica nel 1982, ai tempi di Ronald Reagan, che autorizzò un’operazione dei servizi segreti per far saltare un tratto di una pipeline in Siberia. La vicenda, raccontata da Thomas C. Reed, ex segretario del Consiglio di sicurezza nazionale, in un libro del 2004, è passata anche alla storia per essere stato il modello di uno dei primi cyberattacchi internazionali, avvenuto grazie a un software manipolato con un trojan che condusse all’esplosione di un tubo del metanodotto. L’intento statunitense era quello di accelerare il collasso economico dell’Unione Sovietica, bloccando le esportazioni di gas verso Occidente e riducendo le entrate per il regime a Mosca. In realtà il danno venne assorbito e l’URSS implose in seguito per ragioni più complesse.

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