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Mister Caos che scrive sui muri

C'è, a San Donato Milanese, un muro che ha trasformato Via di Vittorio in un ghetto e lui, Dario Pruonto, ci ha scritto sopra una poesia

  • 2 November 2020, 06:00
  • 10 June 2023, 03:53

Così enorme, così invisibile - La poesia e la sua via

La poesia più grossa del mondo si trova a pochi km a sud dal centro di Milano ed è quasi invisibile. L’hanno “scoperta” le telecamere e il drone di RsiNews andando a S. Donato Milanese, uno dei comuni dell’hinterland del capoluogo lombardo, dove Mister Caos, al secolo Dario Pruonto, classe 1992, ha “nascosto” gli 11248 mq della poesia a 11 metri sopra il livello stradale perché fosse visibile solo dai palazzi della via.

Il titolo è fornito dalle coordinate geografiche di Via Di Vittorio (45°24’24.6”N 9°16’02.3”) perché l’opera è un atto d’amore nei confronti di un quartiere ghettizzato dal muro che lo insonorizza dal passaggio della ferrovia, una barriera fisica che a lungo ha connotato la zona anche socialmente. L’incontro con l’artista ci ha consentito di leggere un territorio con la cassetta degli attrezzi della poesia di strada, una sperimentazione di linguaggi di cui il contesto urbano e naturale sono componenti decisive per la costruzione del senso. Mister Caos dal 2013 incarna uno stile originale che intreccia scrittura poetica e arte visiva, con un’attenzione specifica ai luoghi e alle persone. Le sue poesie vivono, o sono vissute, sui muri e nelle strade di diverse città in Italia, al Toxic of Paint del Dosendealer di Zurigo, a Hong Kong, Londra, New York, Atlanta, Haiti.

Checchino Antonini - Massimo Lauria

p.s.: anche se nata e concepita per stare su un muro, abbiamo pensato di proporvi il testo integrale della poesia più grossa del mondo.

45°24’24.6”N 9°16’02.3”

(Viavai, ritratto a una periferia qualunque)

Vai via da questo viavai

che ti dimentica in fretta,

che ti sta sempre col fiato sul collo

ma quando hai bisogno non ti da retta.

Via perché qua a tratti

quasi non si respira,

i materassi sui marciapiedi,

i lampioni spenti o intermittenti,

i parcheggi vuoti

e le auto comunque in doppia fila.

Via dalle urla,

tra balconi dei vecchietti,

che per capirle devi sapere

circa cinque, sei o sette dialetti.

E ancora:

le spinte e le sberle in cortile,

a casa a prendere il resto,

i fuochi d’artificio

anche quando non è festa.

Via con le mie cicatrici,

l’unica cosa che resta.

Via da dove i miei amici

ancora non vogliono entrare.

Dal grigio, la rabbia e la nebbia,

dalle scuse di una via chiusa

dai sottopassi che puzzano di piscio

e là, la mia vecchia casa.

Via da questo via vai,

unità di misura con cui vivo le cose,

e adesso che non ci sono

è un chilometro di parole confuse.

Via dal mio scudo,

che di fatto era fatto di sole coperte,

dai sogni con cui ho intasato i cassetti,

e dagli stipiti stretti

delle porte che per quelli come noi

non erano mai aperte.

Via dalle partite infinite di pallone

e dalla mia scuola elementare,

dai tramonti perforati dagli aerei per Linate,

dalla ferrovia che ci divide,

con sopra il treno

ogni mezz’ora per scappare.

Via perché se vieni da qui

nessuno ti prende sul serio

perché tutto questo lo capisce solo

chi si concede davvero:

La rabbia, il rispetto e il riscatto,

il cuore aperto di una via chiusa,

i posti che mi hanno cresciuto

e il viavai che io chiamo casa.

Mister Caos

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