Hori Dash, fu pescatore

Lo chiamano "shipbreaking" e viene praticato, soprattutto, tra India, Pakistan e Bangladesh - "Là dove muoiono le navi" (3)

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Dopo una vita media di circa trent’anni  in mare, cargo, petroliere e navi da crociera, sono vendute a dei cantieri per essere demolite, in modo anche da ricavare acciaio e altri materiali. Ogni anno circa mille navi vengono smantellante nel mondo, e la maggior parte di esse finiscono in India, Bangladesh e Pakistan. Il 70% delle navi smantellate annualmente viene portata ad Alang, in India, e a Chittagong, in Bangladesh, dove vengono letteralmente spiaggiate lungo la costa dove imprenditori senza scrupoli sfruttano il basso costo del lavoro e l’assenza di regole in difesa dell’ambiente per massimizzare i profitti. Sostanze tossiche, come piombo, olii e amianto, sono riversate quotidianamente in mare e sulla sabbia, andando a distruggere gli ecosistemi locali e la vita di pescatori, agricoltori e allevatori che da sempre vivevano lungo la costa.

L’inquinamento del mare e la presenza delle navi nel corso degli anni ha ridotto drasticamente la fauna ittica lungo la costa nei pressi di Chittagong. I pescatori faticano a sopravvivere, i villaggi si stanno svuotando, e la salute di chi ci vive si sta deteriorando a causa delle sostanze tossiche sversate dalle navi.

Hori Dash è un pescatore, vive a Gorama, un piccolo villaggio di pescatori lungo la costa di Chittagong. In questo video ci racconta come i cantieri per lo smantellamento delle navi, che piano piano hanno invaso il litorale, hanno cambiato la sua vita e quella dei suoi figli e nipoti. Il villaggio è invaso di sporcizia e olii scaricati dai cantieri, i pesci pescati sono sempre meno e il loro sapore non è più quello di una volta.  I giovani stanno lasciando il villaggio perché di pesca non si vive più.

“Là dove muoiono le navi” è una serie di quattro puntate nella quale si vuole provare a raccontare quali sono gli effetti di questa attività in Bangladesh e India. Oggi con

Il lavoro è stato realizzato grazie al supporto dello European Journalism Center (EJC)

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