(©Mauro Consilvio)

Qayyara, città senza sole

Il giacimento petrolifero, incendiato dall'IS, sta bruciando dal mese d'agosto - Un disastro ambientale e umano

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Qayyara, circa sessanta km a sud di Mosul, è stata liberata dalle forze irachene nello scorso agosto, dopo essere rimasta per due anni sotto il controllo dell’autoproclamato Stato Islamico (IS). Oggi, oltre alla distruzione provocata dalla guerra, sta subendo un’enorme emergenza ambientale che avrà conseguenze incalcolabili nel futuro.  In un ultimo tentativo di ostacolare i bombardamenti della coalizione e rallentare l’ingresso in città dell’esercito iracheno, cinque mesi fa l’IS ha infatti dato fuoco ai pozzi di petrolio del campo che si trova a pochissima distanza dall’area urbana. Quell’incendio non è stato ancora spento, ma nel frattempo molti abitanti sfollati la scorsa estate, come pure altre famiglie scappate dai villaggi più a nord dopo l’inizio dell’offensiva su Mosul, sono tornati a Qayyara. Così persone, bestiame, terreni, aria e acqua sono costantemente esposti ad una concentrazione elevatissima di inquinamento da idrocarburi.

Poche le abitazioni che, a Qayyara, non sono sovrastate dalla nube nera
Poche le abitazioni che, a Qayyara, non sono sovrastate dalla nube nera (©Mauro Consilvio)

Gli operai attualmente sul campo, chiamati ad intervenire da Kirkuk per tamponare i danni, assicurano che entro i prossimi due mesi gli ultimi sei pozzi in fiamme dovrebbero essere spenti. Nel frattempo stanno lavorando alla costruzione di una condotta che prelevi l’acqua direttamente dal Tigri per portarla in modo costante fino ai pozzi in fiamme. “Per spegnere questo tipo di incendio è necessario evitare che l’ossigeno continui ad alimentare la combustione – spiega l’ing. Domenico Gaudioso, responsabile del servizio Clima e Atmosfera Ispra, Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale – e in genere si usano potenti esplosioni. Ma sono state adoperate anche altre tecniche che, come in questo caso, fanno uso di enormi quantitativi d’acqua”.

Ezio Amato, che oggi guida il Servizio Emergenze ambientali in mare dell’Ispra, ha lavorato per quattro anni per le Nazioni Unite alla UNCC, (United Nation Compensation Commission), per coordinare il programma di recupero dai danni ambientali causati dall’invasione irachena in Kuwait nel 1990, quando 798 pozzi  petroliferi vennero dati alle fiamme.

Oggi a Qayyara succede, su scala ridotta, quello che è successo nel 1990/91 in Kuwait. Come si bonifica un terreno dopo uno sversamento di questo tipo?

"Esiste un termine coniato appositamente per definire queste formazioni, ed è tarcrete: la fuliggine precipitata al suolo forma una crosta spessa alcuni centimetri che si appoggia sul terreno, variamente frammentata e difficilissima da eliminare. Quando si è prodotto un danno del genere al pianeta è impossibile porvi rimedio senza conseguenze, perché una tale mole di rifiuti è impossibile da smaltire. L’unico intervento che deve essere fatto è quello di traslare il materiale inquinato dal terreno alla discarica. In Kuwait, come riportato nella relazione finale della UNCC sul ripristino ambientale post conflitto, l’attività di frammentazione, trasporto e smaltimento di questo materiale è cominciata nel 2013 e dovrebbe essere completata nel 2020".

Chi deve occuparsi della bonifica?

"L’unico organismo che può occuparsene è l’OCHA (United Nation Office for the Coordination of Humanitarian Affairs), che segue i conflitti e le loro conseguenze. Ma anche questo ha le sue priorità: in un teatro di guerra è impossibile che si intervenga finché permane lo stato di crisi e insicurezza, anche perché lavorare in un’area dove la stabilità non può essere garantita nel lungo periodo, espone anche al potenziale pericolo di reiterazione del danno. Allo stesso modo, a livello locale, spesso non esiste nemmeno una reale coscienza del rischio. Parliamo di quantità ingenti di rifiuti speciali, complicati da gestire anche per un paese che vive in sicurezza, figuriamoci quando si trovano in zona di guerra".

Il cielo sopra Qayyara: è così dall'agosto 2016
Il cielo sopra Qayyara: è così dall'agosto 2016 (©Mauro Consilvio)

La popolazione vive da mesi a contatto con queste sostanze: quali i pericoli per la salute e le patologie più comuni?

"Gli idrocarburi policiclici aromatici hanno tre effetti: cancerogeno, mutageno e teratogeno. Significa che espongono al rischio di tumori, modificazioni genetiche e malformazioni a livello embrionale e in fase di crescita. E qui non parliamo solo di incidenti o danni provocati come in questo caso, ma di tutta la filiera che riguarda il petrolio. Poi ovviamente ogni prodotto derivato, che sia benzina, diesel, bitume, ha una sua tossicità acuta. Il problema di capire cosa sarebbe successo alla popolazione che aveva respirato questi fumi per mesi si era già posto dopo la Guerra del Golfo: non a caso fra le indicazioni dell’Onu ci fu quella di creare in Kuwait un registro per monitorare gli effetti sulle persone nel lungo periodo. Perché le conseguenze prodotte dall’esposizione a queste sostanze si possono valutare solo a distanza di anni. Tumori, nascite di bambini malformati, modificazioni genetiche sono i cosiddetti danni a lungo termine causati da sostanze persistenti. Quel registro non è mai stato realizzato, e ad oggi non esistono dei dati certi che mettano in relazione le condizioni della popolazione con quanto accaduto".

Ilaria Romano/Mauro Consilvio

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