Afghani in Svizzera: chi sono, come vivono

Presenza e integrazione della diaspora nel nostro Paese. Intervista al sociologo e antropologo Alessandro Monsutti

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La presa di Kabul da parte dei talebani a metà agosto ha dato un nuovo impulso all’emigrazione della popolazione afghana. Negli ultimi quarant’anni gli avvenimenti tragici che hanno devastato il paese hanno spinto circa 2,6 milioni di afghani a lasciare la loro patria. Secondo l’Agenzia dell’ONU per i rifugiati UNHCR, circa 2,2 milioni sono registrati in Iran e Pakistan, mentre all’interno dell’Afghanistan stesso, i profughi sono circa 3,5 milioni. Una parte però ha raggiunto da tempo anche l’Europa. Altri stanno arrivando e arriveranno in fuga dai talebani. Oggi però vogliamo fare conoscenza con la diaspora che vive già in Svizzera: si tratta di circa ventimila persone, secondo quanto dichiarato dalla consigliera federale Karin Keller Sutter. Ne parliamo con l’antropologo e sociologo Alessandro Monsutti, profondo conoscitore delle vicende migratorie di questo popolo.

Alessandro Monsutti, è professore al Graduate Institute di Ginevra e ha anche fatto parte del Afghanistan Comprehensive Solution Unit (ACSU) un gruppo di lavoro dell'UNHCR, l'Alto commissario per i rifugiati, sui rifugiati afghani.

Professor Monsutti, esiste una comunità afghana in Svizzera?

Non parlerei di comunità perché ci sono state varie ondate migratorie, molto diverse dal punto di vista sociologico e che hanno poco a che fare tra loro.

Negli anni 70 e in parte 80, dopo che il re Zahir Shah fu estromesso da un colpo di stato nel 1973, sono venuti in Svizzera gli ambiti sociali legati all’élite monarchica. Si trattava di medici, ingegneri, figli di diplomatici. Da molto tempo hanno la cittadinanza svizzera e sono perfettamente integrati nel tessuto socio-economico e professionale, spesso con posizioni di rilievo. Sono consapevoli di appartenere alla vecchia élite nazionale afghana.

RG 12.30 del 25.08.21 - L'intervista di Lucia Mottini
RG 12.30 del 25.08.21 - L'intervista di Lucia Mottini
 

Alla fine degli anni 80 e negli anni 90, sono invece arrivati gli abitanti delle città, fuggiti dopo la caduta del regime filo-sovietico, nell’1989 e nel 1992. Formano un secondo gruppo che spesso ha scarse relazioni con il primo.

Più recentemente, a partire dal 2001 e man mano che si riducevano le prospettive di pace del paese, è arrivato il gruppo più numeroso, in provenienza non solo dall’Afghanistan, ma anche dal Pakistan o dall’Iran, dove sono magari nati e cresciuti come rifugiati.

Cosa si può dire sulla loro capacità di integrazione, visto che provengono da una cultura molto diversa?

Il primo gruppo è già totalmente integrato da tempo, con una buona posizione sociale. Per gli ultimi arrivati, è da sottolineare la grande volontà di riscatto e di riuscita. Sono spesso persone con competenze manuali, operai. Ma attribuiscono un grande valore all’educazione dei figli. È vero soprattutto per gli hazara, una comunità sciita del centro dell’Afghanistan che è stata storicamente discriminata dallo stato afghano. Difficilmente avevano accesso all’università a Kabul. Per loro l’educazione dei figli e delle figlie è un mezzo di promozione sociale molto importante.

In Afghanistan il popolo afghano è molto diviso, tra le etnie e correnti religiose diverse. Queste divisioni emergono anche qui?

Gli afghani sono un gruppo che generalmente non crea problemi. Certo ci sono stati casi di violenza in Austria o in Scandinavia. Ma in generale non sono problematici a livello di tensioni interne perché si investono soprattutto nella formazione.

Fra i richiedenti l’asilo afghani che sono giunti negli ultimi anni ci sono molti minorenni. Come mai?

Sul piano europeo è chiaro che gli afghani sono sovrarappresentati tra i minorenni non accompagnati, quasi tutti maschi. Ho visto anche bambini di undici anni viaggiare da soli. Spesso vengono dall’Iran dove sono nati o cresciuti e dove non hanno prospettive di promozione sociale. La famiglia affida loro una missione: andare in occidente, riuscire, condividere i benefici della riuscita sociale e economica, sposarsi con una ragazza del loro paese e portarla in Svizzera. C’è una grande pressione della famiglia che ha investito in loro: mandare un figlio in Europa costa. Sanno che non tutti riusciranno e se da un lato c’è della solidarietà tra loro, c’è anche della competizione.

RG 18.30 del 16.08.21 - Le testimonianze di afghani residenti a Ginevra nella corrispondenza di Lucia Mottini
RG 18.30 del 16.08.21 - Le testimonianze di afghani residenti a Ginevra nella corrispondenza di Lucia Mottini
 

Hanno anche un problema a comunicare con la famiglia rimasta a casa: se dicono che in Europa le condizioni sono molto dure – come quelle che ho visto in Grecia – la madre dirà loro di tornare indietro e saranno considerati dei falliti. Attraverso queste prove devono dimostrare la loro virilità, il passaggio all’età adulta. Ma se dicono che stanno bene, la famiglia chiederà loro dei soldi. Quindi devono sempre inventarsi una narrativa mediana che è stressante perché è parzialmente inventata. Un ragazzo mi ha detto: la cosa più stressante per me, sono le bugie ripetute a mia madre.

In diversi paesi tra cui la Svizzera la fuga da una guerra civile non è un motivo valido per ottenere l’asilo. A metà agosto però il Segretariato di stato alla migrazione ha deciso di sospendere i rimpatri per il momento. Uno statuto certo è un aiuto per l’integrazione?

Sì, anche se non sempre i giovani migranti hanno le idee chiare sui diversi statuti cui possono ambire. Pochi hanno lo statuto di rifugiato. In genere ci sono delle ammissioni provvisorie.

Ma quello che è importante per gli afghani è lavorare, perché è così che possono proiettarsi verso il futuro. Risparmiare un po’ di soldi è molto importante per loro. Non solo per garantire la sopravvivenza della famiglia, ma anche per ottenere un riconoscimento: chi è generoso con i suoi, avrà anche la possibilità di sposarsi bene, perché dimostra il suo valore di giovane uomo che sta diventando adulto.

Con la vittoria dei talebani si prepara una nuova ondata di arrivi, potenzialmente massiccia. Di cosa bisognerà tenere conto?

Io ho una visione un po’ ambivalente rispetto all’idea di far uscire dall’Afghanistan tutte le persone che hanno acquisito competenze nel corso degli ultimi venti anni. In un certo senso significa anche privare il paese di tutte le persone che potrebbero entrare in un dibattito critico con i talebani. Non so se facciamo del bene al paese sul lungo periodo. Ovviamente anch’io sono in contatto con conoscenti e amici in Afghanistan che si sentono minacciati e cerco di aiutarli ad uscire. Ma se guardiamo al futuro dell’Afghanistan, non è senza ambiguità.

RG 18.30 del 17.08.21 - Il reportage di Lucia Mottini sulla manifestazione a Place des Nations dopo il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan
RG 18.30 del 17.08.21 - Il reportage di Lucia Mottini sulla manifestazione a Place des Nations dopo il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan
 

Ne arriveranno molti in Europa con percorsi ben diversi rispetto a chi ha fatto la strada a piedi passando dall’Iran e dalla Turchia, e poi dai Balcani fino in Italia. Siamo di fronte a un nuovo ciclo migratorio. Si tratterà certamente di decine di migliaia di persone, con una storia di collaborazione con organizzazioni internazionali e umanitarie e con delle competenze piuttosto tecnocratiche. Non so se queste competenze permetteranno loro di integrarsi al meglio nel mondo del lavoro in Svizzera. In un certo senso penso che qualcuno con competenze manuali possa avere a volte più facilità di integrazione nel mondo del lavoro.

Lucia Mottini
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