Alta tensione a Tripoli

Molti libanesi, vista la crisi che attanaglia il loro paese, non sono più disposti ad accettare che i profughi siriani ci vivano sine die

  • Stampa
  • Condividi
  • a A

“Dopo averci dato fuoco, ci affamate!” Così gridava un manifestante durante le proteste avvenute nella seconda città portuale del Libano, Tripoli, scoppiate con violenza a sei mesi dall’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato di ammonio abbandonate al porto di Beirut che ha fatto 204 morti, più di 6500 feriti e 300mila sfollati.

Il campo di Minieh, a Sud della città di Tripoli, è stato incendiato a fine dicembre. Si è salvato solo un gruppo di galline del pollaio.
Il campo di Minieh, a Sud della città di Tripoli, è stato incendiato a fine dicembre. Si è salvato solo un gruppo di galline del pollaio. (©Gianmarco Maraviglia)

Un'esplosione che, aggiunta alla crisi economica che affligge il Libano da un anno, al vuoto delle istituzioni, all’assenza di un governo e alla pandemia da Covid-19, sta avendo un impatto gravissimo nelle zone del Paese a più alta densità migratoria. Già nel novembre 2019, 270 famiglie avevano dovuto lasciare la città di Bsharee a causa di reazioni della popolazione contro la comunità siriana, a causa di un crimine compiuto da un singolo membro di essa. E a fine dicembre un primo incendio era già scoppiato contro un campo di profughi siriani a Minieh, vicino Tripoli, costringendo 370 persone a ricollocarsi altrove.

La comunità dei migranti siriani in provincia di Tripoli è formata da circa 800mila persone, secondo le stime ufficiali di Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati), ma ne conterebbe quasi il doppio. “La maggior parte dei siriani qui sono lavoratori stagionali: attraversano il confine e non sono nemmeno registrati”, riferisce Khaled Kabbara, responsabile locale per l’agenzia dei rifugiati. Di certo, il razzismo sembra montare e la miccia è quasi sempre una faida generata da una lite.

Laura Silvia Battaglia

Condividi