Giù le mani dal nostro fiume

Il diritto di godere di un ambiente pulito e protetto sta prevalendo, in Kosovo, sulle logiche degli interessi economici e politici

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Salvaguardare le risorse naturali e il diritto collettivo a godere di un ambiente pulito e protetto, anche a costo di rischiare in prima persona: in Kosovo, il Paese più giovane d'Europa, sempre più attivisti trovano il coraggio di alzare la propria voce e lottare perché il fragile equilibrio tra sviluppo economico e protezione della natura non venga stravolto da interessi privati e istituzioni disfunzionali.

 

È quello che durante il 2020 hanno fatto Adriatik Gacaferi e Shpresa Loshaj, denunciando l'enorme impatto di una serie di centrali idroelettriche sul fiume Lumbardh, che scava la spettacolare gola di Deçan nel cuore del parco nazionale delle “Montagne maledette”, e il mancato rispetto degli impegni presi dalla Kelkos Energy, la società austriaca che le ha realizzate e le gestisce.

In un tentativo di intimorirli, la compagnia li ha querelati per diffamazione (una pratica nota come “SLAPP”), chiedendo risarcimenti esorbitanti. A difesa degli attivisti è scesa allora in campo la società civile kosovara, che insieme alle pressioni arrivate da organizzazioni internazionali come Amnesty International, in questo caso ha convinto la Kelkos Energy a ritirare le querele e a intraprendere un percorso di recupero del territorio. Difendere l'ambiente nei Balcani, però, resta una missione non priva di rischi.

Paolo Martino - Francesco Martino

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