Gli esiliati del "Grup Yorum"

Il dissenso, in Turchia, è sempre più affidato alla musica, ma il governo ha strumenti molteplici per silenziare chitarre e tamburi

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Halk Müziği: in turco musica folk si dice così ed è quella che suona dal 1985 il Grup Yorum, alla lettera il gruppo “Commenta!”. Da allora ha suonato davanti a un oceano di persone: 25 album (e un altro è quasi pronto), due milioni di copie vendute e una marea di concerti in mezzo mondo e anche in Turchia. Fin quando è stato possibile.

L’evento del loro venticinquesimo anniversario, nel 2010, è ancora il concerto turco con i maggiori incassi. Da quando si è formato, il gruppo è nell’occhio del ciclone per via dei testi impegnati e dell’impegno politico dei suoi membri. Finché una mattina di febbraio del 2018 i musicisti hanno scoperto di essere nella lista degli “aranan teröristler”, i pericoli pubblici numero 1. Da lì l’ennesima retata mentre il regime chiudeva centri culturali e giornali. Il più recente rapporto di Amnesty International dedica pagine inquietanti alla situazione turca dove continua «la repressione contro ogni dissenso, reale o percepito». La ong si sofferma su casi di sparizioni, detenzioni punitive in assenza di prove, limitazione della libertà d’espressione e di riunione, «accuse penali inventate» contro giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani, uso eccessivo e non necessario della forza per disperdere dimostranti pacifici. Vengono segnalate «denunce credibili di tortura» oltre al respingimento con la forza dei rifugiati siriani.

RSInews ha incontrato il gruppo a Roma, all’inizio della tournée italiana scaturita dal clamore per le morti di due componenti del gruppo e di uno degli avvocati. Helin Bölek, la cantante del "Grup Yorum", è morta il 3 aprile 2020, dopo 288 giorni di sciopero della fame, seguita da Mustafa Kocak, avvocato, 28 anni anche lui, 20 giorni dopo e dal chitarrista Ibrahim Gökcek dopo 328 giorni senza cibo. Chiedevano la cancellazione dell’accusa di terrorismo e la fine della persecuzione. Ora Helin e Ibrahim li chiamano i “comandanti delle sette note” e la vicenda del "Grup Yorum" ricorda quella dei cileni Inti Illimani, sorpresi all’estero dal golpe di Pinochet e costretti a un lunghissimo esilio. 

Checchino Antonini

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