La schiavitù che esiste ancora

Domestiche con padroni onnipotenti che dispongono della loro vita a piacimento. Succede in Libano. Tina, tornata in Togo, chiede giustizia

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Si chiama kafala ed è una istituzione molto comune nel mondo arabo. Un contratto privato che consente a un proprietario –altresì detto sponsor – di disporre di un lavoratore alle sue strette dipendenze. Su questo sistema si basa un immenso mercato di lavoratori provenienti dall’Africa sub-sahariana, reclutati da agenzie in vari Paesi del Corno d’Africa e non solo. Anche Tina, proveniente dal Togo, aveva sperato in un futuro migliore e, tramite agenzia, aveva stipulato un contratto come domestica con una famiglia libanese. Ma quello che doveva rivelarsi come l’inizio di una nuova vita si è trasformato in un incubo. Dopo la segregazione, le violenze e gli abusi, Tina ha trovato il coraggio di fuggire e di rivolgersi alla ong Ukafa che tratta centinaia di casi simili a Beirut.

Tina, inoltre, a differenza di altre domestiche, ha avuto il coraggio di presentare - unico e primo caso in Libano – una denuncia che ha portato all’istituzione di un processo giudiziario per il suo “sponsor” e ha anche inoltrato una richiesta al Ministero del Lavoro affinché venga rivisto tutto il sistema della kafala. Nonostante la rivoluzione dello scorso ottobre abbia fatto cadere il governo precedente e abbia costretto molte domestiche a rientrare in patria, Tina compresa, la donna non si è persa d’animo e ha ripresentato la sua richiesta al nuovo esecutivo. Non solo: ha iniziato una forma di attivismo in Togo: “Non c’è motivo di stare in silenzio. Dirò a tutti che le agenzie di reclutamento vendono un sogno ingannevole. In Libano non si sta bene e io otterrò giustizia”.

Laura Silvia Battaglia

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