L'app alla prova della privacy

Intervista al matematico del caso Cambridge Analytica, Paul-Olivier Dehaye, che spiega quali sono i punti deboli

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La nuova normalità che ci aspetta dopo il confinamento prevede una novità: l’introduzione di un’applicazione per tracciare i contagi da Covid-19. Le democrazie occidentali sono al lavoro per cercare uno strumento che sia accettabile per i cittadini in termini di rispetto della privacy. Il timore, in certi casi, è che un sistema di monitoraggio introdotto in una fase d’emergenza possa poi aprire la porta a forme di sorveglianza da parte dei Governi o dei partner privati. D’altra parte, però, un’applicazione di questo tipo, alternativa al faticoso e meno efficace tracciamento dei contagi manuale, potrebbe essere molto utile per contenere la diffusione del coronavirus.

Due progetti

Al momento, in Europa ci sono due consorzi “rivali” che promuovono due differenti soluzioni tecnologiche: il PEPP-PT (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing), e il DP3T (Decentralized Privacy-Preserving Proximity Tracing). Il primo punta su un approccio centralizzato, con una raccolta delle informazioni da parte dei Governi o delle autorità sanitarie, mentre il secondo prevede che le informazioni sui contatti rimangano nelle mani dei singoli cittadini, all’interno degli smartphone (approccio decentralizzato). Il PEPP-PT inizialmente ha avuto il sostegno di diversi Paesi europei, salvo poi registrare diverse defezioni, tra cui la Germania. La Svizzera è stata uno dei primi Paesi a prendere le distanze dall’approccio centralizzato, diventando il punto di riferimento del progetto DP3T, ritenuto più sicuro per la privacy degli utenti e appoggiato anche da Google e Apple.

Modem - L'app tracciavirus

Punti deboli

“Entrambi i sistemi hanno delle debolezze, ma non sono le stesse”, spiega Paul-Olivier Dehaye, il matematico basato a Ginevra noto per aver contribuito a portare alla luce lo scandalo Cambridge Analytica. “Centralizzare i dati dei cittadini e le loro interazioni può essere pericoloso perché ci si chiede quali altri usi possano essere fatti di questa banca dati”, osserva. Dall’altra parte, “decentralizzare apre la porta ad altri tipi di abusi, molto più orizzontali, tra vicini”, dice (guarda l’intervista completa). Nel sistema decentralizzato, due telefoni vicini comunicano attraverso la tecnologia Bluetooth. Se uno dei due proprietari risulta successivamente positivo al coronavirus lo rende noto sull’app e questa avvisa tutti coloro che sono stati in contatto con lui precedentemente. Ciò avviene in maniera del tutto anonima: nessuno sa con chi né dove è avvenuto il contatto a rischio. Né viene informata l’autorità sanitaria.

 

L’app svizzera

“Abbiamo realizzato un’applicazione che non può essere utilizzata per nient’altro che non sia il tracciamento dei contatti: non può essere utilizzata per conoscere la localizzazione, le identità o le attività”, ha assicurato Carmela Troncoso, responsabile del laboratorio di ingegneria di sicurezza e privacy del Politecnico federale di Losanna. Nei giorni scorsi, l’app è stata testata dall’esercito svizzero, e potrebbe essere già disponibile dall’11 maggio in poi, quando scatterà un ulteriore allentamento delle restrizioni. L’utilizzo dell’applicazione sarà su base volontaria.

Elena Boromeo
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