Tunisia, il ritorno della protesta

Hanno tra i 15 e i 20 anni e chiedono la caduta del Governo. I manifestanti arrestati sono 1650. Molti di loro resteranno in carcere per anni

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Dieci anni dopo la rivoluzione che ha portato alla caduta del regime di Zine El-Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011, con l’aggravarsi della crisi socio-economica che si abbatte sulla Tunisia a causa della pandemia da Covid-19, tra gennaio e febbraio 2021 il Paese è stato attraversato da una nuova importante ondata di proteste che, a partire dalle regioni centrali, ha travolto la capitale. In Avenue Bourguiba, viale centrale di Tunisi, sono tornati a riecheggiare gli slogan della rivoluzione del 2011, come ash-shaʻb yurīd isqāṭ an-niẓām (il popolo vuole la caduta del regime). Con il termine niẓām, però, non si intende più la dittatura, ma quel sistema corrotto che, secondo i giovani manifestanti, si arricchisce sulle spalle dei tunisini.

Se alcuni slogan sono rimasti uguali, i protagonisti delle proteste sono cambiati: a scendere in piazza è la generazione post 2011, quella cresciuta in piena transizione democratica, che non ha vissuto la rivoluzione in prima persona, ma che oggi torna a pretendere giustizia sociale, lavoro, libertà di espressione. I manifestanti hanno tra i 15 e i 20 anni e chiedono diritto ad un futuro degno nel proprio paese. In Tunisia, le prime vittime della crisi economica in corso – la peggiore dai tempi dell’indipendenza nel 1956 – sono proprio i più giovani. Nella capitale le proteste hanno avuto inizio la notte, dopo il coprifuoco, dove i ragazzi dei quartieri popolari come quello di Cité Ettadhamen si sono scontrati con le forze della polizia. La risposta del Governo non si è fatta attendere: più di 1650 manifestanti sono stati arrestati, di cui il 30% ancora minorenne secondo i dati diffusi dalla Lega Tunisina per i Diritti Umani. La maggior parte dei manifestanti è stata condannata da uno a quattro anni di carcere per violazione dello stato d’emergenza sanitario.

Arianna Poletti

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