A Spišský Hrhov l’integrazione parte dai banchi di scuola
A Spišský Hrhov l’integrazione parte dai banchi di scuola (©Romina Vinci)

Un'altra vita per i Rom

Spišský Hrhov, piccolo villaggio della Slovacchia di 1600 abitanti, esempio d'integrazione riuscita

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Il 1. luglio la Slovacchia diventerà presidente di turno dell’UE. Questo paese, salito alla ribalta per la battaglia anti Islam portata avanti dal suo premier Robert Fico, si trova da sempre alle prese con le minoranze, in particolare i Rom che, secondo le stime, sarebbero il 10% della popolazione.

UN VILLAGGIO CHE ACCOGLIE

C'è chi, in Slovacchia, definisce i Rom “zingari parassiti”. C'è però, sempre in Slovacchia, a Spišský Hrhov, chi ha saputo attuare un modello di accoglienza alternativo. Il sindaco Vladimír Ledecký negli ultimi quindici anni ha dato vita ad un progetto di inclusione ed integrazione che, contro tutti i pregiudizi e gli stereotipi, vede oggi i Rom giocare una parte attiva nella vita della comunità. “Abbiamo dato loro un posto di lavoro, abbiamo accolto i loro figli nelle scuole e li abbiamo aiutati a costruirsi delle case degne di questo nome”, spiega il primo cittadino che, l’anno scorso ha visto il suo paese guadagnare il titolo di “Miglior villaggio della Slovacchia”.

UNA SCUOLA APERTA

A Spišský Hrhov l’integrazione parte dai banchi di scuola. Immersa nel verde, tra pareti colorate e muri addobbati a festa, in questa scuola primaria il 54% degli alunni è di etnia Rom.  “Cosa ci differenzia dalle altre scuole? Proprio il fatto che noi non facciamo alcuna differenza. Ammettiamo tutti i bambini, non importa quali siano le loro origini o la loro etnia”, spiega il direttore della scuola Petr Strazik. Intento mostra orgoglioso una piccola serra di legno nella parte anteriore dell’edificio: “L’hanno costruita i genitori dei bambini Rom e ci consente di poter portare avanti il progetto orto anche durante i mesi invernali”.  Oltre alle coltivazioni – al chiuso e all’aperto – gli studenti qui si cimentano anche nella cottura del pane grazie ad un piccolo forno a legna ubicato poco distante dalla serra.  “Nel nostro programma scolastico ci sono molti laboratori, perché consentono ai ragazzi di avere esperienze dirette – prosegue Strazik -, ma ci soffermiamo anche sulla conoscenza delle culture e tradizioni, slovacche e Rom.  All’inizio è stato difficile. Abbiamo avuto problemi soprattutto con gli insegnanti perché non sapevano come avvicinare questi bambini ma pian piano le cose sono migliorate".

“L’inclusione e l’integrazione come approccio e filosofia è una cosa abbastanza nuova in Slovacchia - spiega Laco Oravec, portavoce della onlus Milan Simecka Foundation – . Questa scuola è uno dei rari esempi che lavorano in questa direzione. Nella maggior parte dei casi infatti gli studenti Rom sono mandati in scuole separate, o vengono segregati nelle scuole ordinarie, perché si pensa che gli insegnanti non siano in grado di occuparsi di loro”.  Una situazione, quest’ultima, che accomuna molti paesi dell’UE. Secondo l’Unicef, nella maggior parte dei paesi dell’Europa centrale e orientale soltanto il 20% dei bambini Rom è iscritto alla scuola primaria. A coloro che la frequentano, spesso viene impedito di apprendere e di socializzare con i coetanei non Rom. E nonostante la segregazione scolastica sia vietata dalla Direttiva europea sulla parità razziale, la pratica di inserire i bambini Rom in classi distinte, composte esclusivamente in base al colore della pelle, l’etnia e la situazione socioeconomica degli alunni, persiste.

LAVORO E SVILUPPO

Altro elemento da non sottovalutare: la disoccupazione. Per combatterla il sindaco Vladimir Ledecký  ha creato una cooperativa comunale che offre un impiego a chi ne ha maggiormente bisogno. “Noi assumiamo le persone che vogliono lavorare – spiega il primo cittadino –. Non ci interessa la loro etnia”. Eppure, il 90% di quelli che ne fanno parte sono Rom: “Certo non è stato facile. Alcuni non hanno voluto perché il concetto del lavoro non rientra nella loro cultura. Ma la maggior parte si è adeguata e si è messa in gioco”. Questa cooperativa impiega tra i cinquanta e i cento Rom, a seconda della stagione. Costruiscono case ed edifici e lavorano soprattutto il legno. Le strade del villaggio sono abbellite con fioriere e sculture lignee: “Anche se all’inizio gli altri abitanti erano restii, quando hanno visto che i Rom hanno fatto qualcosa di buono e di bello per la nostra cittadina hanno dovuto ricredersi”. Oggi circa il 50% della popolazione Rom di  Spišský Hrhov lavora legalmente, facendo sì che il tasso di disoccupazione sia di gran lunga inferiore alla media nazionale.

L’IMPORTANZA DI UNA CASA  

I Rom itineranti hanno spesso difficoltà a trovare siti e aree di sosta pubblici allacciati alla rete idrica. Vivono in situazioni abitative carenti, prive dei più elementari servizi di base. Per scongiurare questo scenario ed evitare che nel suo paese si creasse un ghetto, fuori dal controllo, il sindaco di Spišský Hrhov ha deciso di aiutare questa comunità minoritaria a costruirsi una casa. “Abbiamo incoraggiato i lavoratori della nostra cooperativa ad investire i loro soldi in una sistemazione migliore. Li abbiamo messi nella condizione di potersi costruire da soli le proprie dimore”. Case piccole, semplici a livello di design, realizzate tutte in legno, il cui costo si aggira intorno ai 17 mila euro. “Il 98% è stato costruito dalle famiglie che hanno vissuto qui per almeno un anno. Noi ci siamo occupati soltanto delle rifiniture che dovevano essere eseguite da professionisti”.

UN ESEMPIO DA TRAPIANTARE 

Lavorare fianco a fianco con loro, farli sentire parte della comunità, garantire loro la libertà di operare purché nell’ambito della legalità: ecco gli ingredienti con i quali questa cittadina è riuscita a trasformare la presenza dei Rom in risorsa anziché problema.  E il modello “Spišský Hrhov” pian piano sta facendo strada: “Riceviamo visite di altri sindaci, e spesso di rappresentanti anche di altre nazioni, che sono affascinati da questo nostro sistema e vogliono copiarlo”. Il sindaco e i suoi assistenti stanno preparando un “training program”, delle linee guida sulla loro idea di municipalità, per far sì che esempi di cittadinanza attiva si sviluppino anche altrove. “Queste cose vanno affrontate a livello locale, comunale, non statale.  Non si può pretendere che sia il Governo o l’Europa a dare una risposta al problema delle minoranze”, afferma Vladimir Ledecký, che però lancia un messaggio agli altri primi cittadini: “Se in ogni angolo d’Europa, il sindaco prova a mettersi in gioco, ad entrare in contatto con le comunità Rom del suo territorio e ad accoglierle, riuscirà a raggiungere il nostro stesso risultato.  Queste persone sono state escluse per tanto tempo ed ora è arrivato il momento di dar loro una possibilità”.

Romina Vinci

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