Volare costerà di più

I biglietti aerei saranno più cari - Fondamentale il dialogo tra Stati in Europa per evitare una distorsione della concorrenza; la testimonianza di chi ha volato durante il coronavirus

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Tra le tante vittime dirette e indirette del coronavirus, figura il settore dell’aviazione. Gli aerei sono a terra da settimane. Lufthansa (leggi il piano di salvataggio da parte del Governo tedesco), che comprende anche Swiss, ha ridotto di circa il 90% la sua attività.

Per il futuro si prospetta però una lenta ripresa delle attività. Proprio Swiss ha comunicato che da giugno riattiverà collegamenti in Europa, ma anche oltre Oceano. Le compagnie low cost (particolarmente colpite dallo stop), come Ryanair, prevedono una ripresa da luglio di almeno il 40% delle tratte. Come in tutti gli altri settori, ritornare in pista dovrà contemplare una serie di misure di sicurezza che si tradurranno in costi aggiuntivi per i passeggeri.

Sì, secondo gli esperti, e secondo Oliviero Baccelli, professore all’Università Bocconi (guarda l’intervista) dovremo pagare di più per viaggiare e non da subito tutte le rotte saranno garantite. Ma non preoccupiamoci, in teoria non torneremo indietro di 20 anni, quando volare era pensato per una ristretta élite.  Impiegheremo 3-4 anni a tornare alla normalità e a poter usufruire di prezzi concorrenziali.

Una parola però sarà fondamentale per tutelare il settore e i passeggeri: coordinamento. Coordinamento tra compagnie aeree e scali (anche qui ci saranno parecchi costi aggiuntivi da gestire), ma anche tra gli Stati in Europa. I Governi dispongono di differenti capacità di spesa, se gli aiuti non saranno equamente distribuiti, provocando una distorsione della concorrenza, in futuro volare potrebbe davvero tornare a essere privilegio di pochi.

 

Vi racconto il mio volo per la Svezia

Il Regno Unito è stato tra le pochissime nazioni a non imporre mai restrizioni agli spostamenti aerei, mantenendo sempre aperte le frontiere (e gli aeroporti). Ma quando, un paio di settimane fa, mi sono trovato a volare - per ragioni di lavoro - in Svezia, la mancanza di voli diretti mi ha costretto a fare scalo a Zurigo (all’andata) e a Francoforte (al ritorno). Col timore (infondato) che neppure le aree di transito degli scali svizzero-tedeschi fossero immuni dagli obblighi di quarantena. Un’esperienza circoscritta quanto rivelatrice di come già ora sia cambiato (per sempre?) il nostro modo di volare. A cominciare dall’accoglienza negli aeroporti, dove - ben prima dei controlli - si viene intruppati lungo tortuosi sentieri cordonati, dove il distanziamento sociale è cadenzato dagli immancabili adesivi sul pavimento. Un lento e infinito serpentone umano che rallenta, fino alla paralisi, il cammino verso le ispezioni di sicurezza. Così, nonostante quel giorno dal Terminal 2 di Heathrow decollassero solo il 10% dei voli, la coda si è rivelata un’esercizio di estenuante pazienza. La stessa richiesta al momento dell’imbarco, quando - in mancanza di percorsi prestabiliti - noi passeggeri ci siamo spontaneamente disposti come per una lezione di zumba. Occupando lo spazio di tre gate. Un’accortezza subito dimenticata una volta saliti a bordo, dove l’impazienza di sedersi ha evidentemente annullato ogni remora di contagio. Al momento non esistono norme che limitino il numero di passeggeri, e nei miei quattro voli la cosiddetta “fila centrale” non è mai rimasta vuota. C’è l’obbligo sì delle mascherine, da alcuni trasgredito senza l’intervento del personale di bordo, che ha regolato come potuto le uscite dopo l'atterraggio, inerme di fronte alla calca febbrile creatasi lungo il corridoio centrale. L’impazienza di scendere dall’aereo resta contagiosa anche al tempo del coronavirus. Lorenzo Amuso

Alessandra Spataro
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