Intervista al figlio di Pablo Escobar, il re dei narcos

Juan Pablo incontra le vittime del cartello della droga per chiedere perdono: "Solo la morte poteva fermarlo"

Juan Pablo Escobar, figlio di Pablo Escobar (RSI)

Juan Pablo Escobar: "Solo la morte poteva fermare mio padre"

Intervista al figlio dell'ex re della droga. Oggi è impegnato a chiedere perdono alle vittime della violenza e a cancellare l'aura di successo e potere creata dalle serie sui "narcos"

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Immaginate un ragazzino cresciuto fra gli anni Ottanta e la prima parte degli anni Novanta del secolo scorso fra alberghi di lusso e una tenuta piena di animali esotici e elicotteri, sfuggito ad attentati e poi sempre in fuga, nel 1990 anche fra l'Italia e Lugano, con la madre e la sorella, per nascondersi dai nemici del padre: Pablo Escobar.
Immaginate quel ragazzino che decise di non intraprendere la carriera del padre e di tanti parenti, tutti spietati narcotrafficanti, ma abbia inseguito il desiderio di sparire dalla circolazione. Per oltre vent'anni, fino a quando ha iniziato a chiedere perdono ai famigliari delle vittime dei cartelli, dei "narcos" celebrati dalle serie come quella di Netflix. "Solo la morte poteva fermare mio padre", ha raccontato ieri al festival Luganese Endorfine.
Abbiamo intervistato Juan Pablo Escobar, autore fra l'altro del libro "Pablo Escobar, il padrone del male". Di seguito la trascrizione. Sopra, la video intervista in lingua originale con i sottotitoli.

Signor Escobar, come è sopravvissuto all'Escobar ragazzo?

Per me è stato un miracolo sopravvivere a tanti attacchi, a tante minacce di morte. Credo che mio padre abbia fatto molto per proteggerci. Ma anche le sue azioni hanno portato molta violenza nella mia vita. E l'unica possibilità che avevo di sopravvivere e fuggire era quando mio padre morì. E quando ho potuto cambiare legalmente il mio nome per sfuggire a quel passato.

Lei ha cambiato nome, è stato l'unico modo per avere anche una nuova vita. Qualcuno vi ha aiutati a iniziarla?

Nessuno ci ha aiutati. Quando abbiamo iniziato a chiedere aiuto, siamo andati alla Croce Rossa Internazionale, alle Nazioni Unite, al Vaticano e nessuno ha voluto aiutarci. Quindi l'unica opzione rimasta era quella di cambiare la nostra identità per poter vivere nell'anonimato.

Come è stato possibile che crescendo questo ragazzo capisse che la sua missione fosse quella di raccontare la sua esperienza, chiedere perdono ma mai far dimenticare ciò che hanno fatto suo padre e la sua famiglia?

Ebbene, credo che l'amore con cui sono stato cresciuto dai miei genitori mi abbia anche aiutato a mantenere i valori umani che mi hanno permesso di potere essere consapevole del danno che mio padre aveva fatto alla società e, peggio, del cattivo esempio che aveva lasciato. Io durante la vita di mio padre ero molto critico nei suoi confronti. Non ho mai sostenuto la sua violenza.
Tutti avevano paura di dirgli che stava sbagliando, ma io non avevo paura perché ero anche suo figlio e credo che spettasse a me mostrargli che stava commettendo molti errori e che stava percorrendo la strada sbagliata. E credo che questo si rifletta nella mia vita, in quello che faccio oggi, cioè parlare ai giovani come oratore per ispirarli a non seguire la strada di mio padre.
Siamo in una società in cui le serie televisive ispirano molto male i giovani, perché mostrano i trafficanti di droga come una storia di successo nella vita, E così ci sono molti giovani che pensano che fare il narcotrafficante sia una strada per il successo. Non sanno che è un percorso di distruzione.

Lei ha una sua famiglia, ha costruito la sua vita, ha una professione e tiene conferenze in tutto il mondo. Come gestisce tutto ciò con il suo passato e con i fantasmi del suo passato?

Il figlio del ministro della Giustizia assassinato da mio padre, Rodrigo Lara Bonilla, quando ho avuto la prima occasione di avvicinarmi a lui per chiedergli perdono, mi ha detto che sotto un grande albero non cresce niente. È necessario allontanarsi da quelle ombre per crescere e avere una propria identità. E credo che quello che ho voluto fare è stato prendere la distanza necessaria dal fantasma di mio padre, in modo da poter essere visto come un individuo, invece di essere perseguitato per i crimini di mio padre.
Penso che dobbiamo imparare a distinguere che, pur appartenendo alla stessa famiglia, ho scelto per me un futuro e un presente diverso, perché non voglio che mio figlio erediti gli stessi episodi di violenza e di sangue che ho ereditato da mio padre.

Lei non ha accettato l'eredità di suo padre. È stato escluso dalla sua famiglia dai suoi stessi famigliare. Ha parlato con altri figli di narcotrafficanti, in Colomba e in altri Paesi. Cosa stanno facendo?

Hanno imparato le stesse lezioni che ho imparato io. Hanno visto come i loro stessi genitori hanno distrutto le loro vite e non hanno avuto un bel futuro. Quel futuro che sembra bello in superficie, lo si vede solo in tv, su Netflix, ma non nella vita reale. Posso quindi affermare che ci sono molti figli di narcotrafficanti, come me, che non sono affatto disposti a ripetere le storie di violenza dei loro genitori, perché hanno visto in prima persona le conseguenze negative, terribili e terrificanti.

Incontra le famiglie delle vittime di suo padre e dei suoi amici. E dice "vi prego, perdonatemi". Ma qualcuno le ha mai detto "perdonami"?

Sì. Prima di tutto, quello che ho fatto è stato assumermi la responsabilità morale dei crimini di mio padre, nel tentativo di risarcire le vittime attraverso questo appello alla riconciliazione, al dialogo e al perdono. Un invito affinché possiamo tornare a vivere insieme in una società pacifica. Non posso cancellare il passato, ma posso cambiare il presente e il futuro. E nel mezzo di questa giornata di riconciliazione e di conversazione con le vittime, Aron Seal, il cui padre era Barret "Barry" Seal, l'agente della CIA (DEA, ndr.), ucciso da mio padre nel 1986 negli Stati Uniti, mi ha scritto una lettera, un messaggio privato in cui mi chiedeva se potessi perdonare suo padre perché era stato disposto a consegnare il mio agli americani.
E Aaron Seal mi ha dato una grande lezione sul perdono. Penso che sia quello da cui ho imparato di più, perché ha avuto il coraggio di andare a trovare le persone in prigione che hanno premuto il grilletto e ucciso suo padre. E mi ha mandato delle foto in cui abbraccia quelle persone. Quindi il suo livello di evoluzione spirituale sul tema del perdono è molto alto e abbiamo molto da imparare da famiglie come la sua che non hanno scelto l'odio come percorso e hanno scelto il perdono come processo di guarigione affinché la storia non si ripeta.

Chi è Juan Pablo Escobar? Uno che sta cercando notorietà nel mondo?

Chi è Juan Pablo Escobar?.... Beh, non vado in giro a cercare fama nel mondo. La fama è già arrivata con me grazie a mio padre, non grazie a me. Quello che ho fatto è stato usare il mio nome per il bene, non quello di mio padre. Quello che ho fatto è stato ridefinire, riprogettare il mio futuro e la mia storia. Anche se vengo da dove vengo e quello che ho fatto è stato chiedere di essere riconosciuto come individuo e non come la continuazione di Pablo Escobar.
Quello che chiedo alla società è che possa guardarmi senza gli occhi del pregiudizio, perché quando mi vedono simile a mio padre, pensano che io sia la continuazione della sua eredità e della sua violenza. Al contrario, se c'è una cosa di cui sono consapevole è proprio questo: per vivere, devo sempre fare il contrario di quello che ha fatto mio padre. Così mi ha mostrato la strada che non devo percorrere. Lo ha mostrato a me e lo ha mostrato a tutti noi nella società.
E possiamo imparare che non dobbiamo essere attaccati alla nostra identità per definire chi siamo nella vita, perché sono le nostre azioni a definirci come persone, non i nostri cognomi. Le tue azioni nella vita sono quelle che contano e raccontano la tua storia.
Il tuo cognome è solo un accessorio.

(Altro sul festival Endorfine nel Telegiornale ore 20 11.09.2022)

Antonio Civile
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