Dieci anni fa, il 3 febbraio 2016, il corpo di Giulio Regeni veniva ritrovato senza vita alla periferia del Cairo, con evidenti segni di tortura. Il ricercatore italiano era scomparso pochi giorni prima, mentre svolgeva una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. La sua morte ha segnato una frattura profonda nei rapporti tra Italia ed Egitto ed è diventata uno dei casi simbolo delle violazioni dei diritti umani nel Paese.
A dieci anni di distanza, la vicenda è al centro del documentario Giulio, tutto il male del mondo, diretto da Simone Manetti. Attraverso materiali d’archivio, atti giudiziari e le voci della famiglia, il film ricostruisce il sequestro, le torture e i depistaggi successivi, con l’obiettivo di contrastare l’oblio e riportare l’attenzione su un caso che resta irrisolto.
In questo quadro si inserisce anche la testimonianza di D.G., un cittadino italiano che nel 2015 fu arrestato arbitrariamente al Cairo, detenuto e costretto ad assistere a torture inflitte ad altri prigionieri. A differenza di Regeni, D.G. riuscì a salvarsi grazie all’intervento dell’ambasciata italiana, ma il ritrovamento del corpo di Giulio fece riaffiorare in lui un trauma mai risolto. Il suo racconto mostra come Regeni non sia stato un’eccezione, bensì una vittima di un apparato repressivo che colpisce chiunque venga percepito come diverso o potenzialmente pericoloso.
Secondo Antonio Marchesi, professore di diritto internazionale ed ex presidente di Amnesty Italia, il caso Regeni evidenzia non solo le responsabilità dell’Egitto, ma anche le ambiguità dell’Italia, che ha privilegiato interessi politici ed economici rispetto alla piena ricerca della verità. A dieci anni di distanza, la sua morte resta una ferita aperta — e una domanda di giustizia ancora senza risposta.
Martedì 24 febbraio rinizierà il processo in contumacia contro i quattro agenti dei servizi segreti egiziani accusati della tortura e morte di Giulio.
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