Del Amitri: lettere da Glasgow

Il “peccato capitale” e gli “errori fatali”

Un bel giorno, quando vedrà infine la luce un atlante dettagliato della musica rock, il nome di Glasgow sarà probabilmente scritto in grassetto e caratteri maiuscoli. Perché nella città sul fiume Clyde, almeno a partire dai tardi anni Settanta, il rock ha assunto una forma unica e particolare, con uno specifico approccio alla forma canzone e soprattutto un’intrigante commistione di generi tra rock, elettronica, jazz, blues e musica delle radici.

Città di cantieri navali, industrie e commerci, da sempre contrapposta alla più raffinata e colta Edimburgo (l’“Atene del Nord”), in ambito musicale Glasgow ha assorbito molte influenze e le ha trasformate in un sound fortemente legato alle radici scozzesi, ma nello stesso tempo carico di suggestioni provenienti dall’Europa continentale e da Oltreoceano. Tutto questo ne fa una capitale del rock, senza dubbio una delle più importanti.

I Del Amitri di Justin Currie e Iain Harvie, formatisi nel 1983, sono stati per un certo periodo gli esponenti più significativi della ricchissima scena musicale della città. Dire “rock scozzese”, in quegli anni, significava dire Del Amitri (il nome è un puro nonsense, o forse la non meglio ricostruibile e spiegabile storpiatura di “Dimitri”), e l’espressione “Del Amitri”, a sua volta, stava ad indicare un rock chitarristico essenziale, che dava risalto alle straordinarie capacità interpretative dell’allora poco più che ventenne Currie e ai suoi testi molto espressivi, vere e proprie “lettere da Glasgow” con penetranti descrizioni e racconti di alienazione, solitudini urbane, umane miserie, abissi quotidiani e ingiustizie sociali. Uno dei picchi creativi, nonché il picco massimo di popolarità, è rappresentato da “Nothing Ever Happens” del 1989, variamente e vanamente imitata, che nei suoi quattro minuti esprime una delle poche verità vere di questo basso mondo:  la vita è una cosa che non si sa cosa sia, succede tutto ma non succede niente, «si sopravvive soltanto in un’eterna ripetizione / la puntina torna all’inizio della canzone e noi tutti continuiamo a cantare come sempre / e saremo tutti soli stanotte e soli domani». Una canzone perfetta nei suoni, nella scrittura e nella melodia, che insieme alle posteriori “Be My Downfall” e “Driving With The Brakes On” non sfigurerebbe affatto in un ideale pantheon insieme al meglio del primo Dylan (viene in mente soprattutto “Desolation Row”, per talune affinità tematiche), ma il pensiero corre anche al Kafka de “Gli alberi”, con l’idea della vita come giostra di apparenze che rimandano ad altre apparenze e infine al nulla. Eccola nella versione originale

 

e in una recente rilettura con l’accompagnamento dell’orchestra della BBC.

 

C’è tuttavia una stranezza. Già all’inizio, infatti, ma soprattutto negli anni Novanta, i Del Amitri non appartenevano a nessuna scena specifica, erano scozzesi fino al midollo (nel loro repertorio non mancano le classiche canzoni sullo whisky e sulla pioggia)  ma nello stesso tempo guardavano altrove, erano indie e rock ma il loro indie-rock era lontanissimo dall’indie e dal rock propagandato dai giornali musicali che dettavano le tendenze.  Ma allora cos’erano? Se proprio si volesse trovare una definizione, si potrebbe dire che erano legati al folk rock americano, e quindi a un suono che allora come oggi si situa al di fuori del tempo e delle mode. Comunque sia, ma forse proprio per questo motivo, la storia del rock è passata anche attraverso i loro dischi, dall’esordio eponimo del 1985 passando per “Waking Hours” del 1989, “Change Everything” del 1992, “Twisted” del 1995 e “Some Other’s Suckers Parade” del 1997 (che coincise col momento di massima popolarità anche in Svizzera, sancito da vari concerti a Zurigo, Berna e perfino Herisau) fino a “Can You Do Me Good?” del 2002, che ha messo la parola “fine” sulla prima parte della loro carriera. L’industria discografica si era ormai trasformata in una fabbrica di prodotti seriali, le piccole etichette indipendenti erano state quasi tutte assorbite dalle multinazionali. Per i Del Amitri, al di fuori del tempo e delle mode («prigionieri dello Zeitgeist di vecchie melodie», secondo le parole di Justin Currie), e soprattutto incapaci di scendere a compromessi che sarebbero stati comunque al ribasso, non c’era più spazio.

Dopo lo scioglimento del gruppo, Currie ha dato alle stampe nell’arco di un decennio quattro dischi che non hanno nulla da invidiare al meglio della produzione dei Del Amitri, ma sono stati pubblicati da piccole etichette, con poca o nulla distribuzione. Se ne sono accorti soltanto i cosiddetti “happy few”, in prevalenza vecchi fan del gruppo.

Ma evidentemente stava scritto che non potesse finire tutto così, e che anzi si dovessero addirittura scomodare Dumas père e il suo “Vent’anni dopo”. Già, perché (quasi) vent’anni dopo i Del Amitri sono tornati sulle scene con un disco di insidiosa bellezza, “Fatal Mistakes” (“Errori fatali”), finito di registrare poco prima dello scoppio della pandemia, che racconta in tredici tracce, con sonorità ben note (lo “Zeitgeist di vecchie melodie”) ma dalla prospettiva della mezza età, i conti  che non tornano, la vita che ormai va in una sola direzione.

Errori fatali: perché non si può tornare indietro, come fa capire la traccia d’apertura, la byrdsiana “You Can’t Go back”, perché non è dato ritrovare il “temps perdu”, non si crede più ai “Musicians and Beer” della terza traccia e si vive in un mondo di menzogne inganni e autoinganni (“Close Your Eyes And Think of England”, con un testo al vetriolo che illustra gli inferni falsamente climatizzati e i piccoli e grandi orrori dell’Occidente sazio e disperato nel suo delirio di “progress and manifest destiny”, esattamente come la conclusiva “Nation of Caners”).

Errori fatali: perché è vero che la vita sarebbe potuta andare “in un altro modo”, “Otherwise”, come suggerisce con disperata delicatezza e su una trama di accordi in minore la sesta traccia, ma in fondo non sarebbe cambiato nulla: “Nothing Ever Happens”, appunto. E così si ha sempre più la sensazione di essere “Missing Persons”, “persone scomparse” e “in esilio dalla stirpe umana”, che temono la morte (“I’m So Scared of Dying”) e il cui scopo in un mondo disgregato, ormai ridotto a una “farsa che si svolge dietro un vetro”, consiste nel tenere il più possibile alla larga la deriva dei sentimenti (“It’s Feelings”) e il “cupio dissolvi” (“Losing the Will to Die”).

Ma la verità che tocca il nervo maggiormente scoperto è contenuta nella seconda traccia, “All Hail Blind Love”: «E’ un revival oppure è l’ultimo respiro alla fine del regime?», chiede il verso di apertura. Per quanto la canzone sia stata scritta prima della pandemia, la risposta sembra riferirsi a quanto sta accadendo adesso e con ogni evidenza accadrà in un futuro tutt’altro che glorioso: «Non pensiate che ci siamo addolciti / continuiamo a tentare di fregarci a vicenda / Che strani compagni di vita / applaudono l’odio e il risentimento / E allora in alto i calici / ci feriremo l’un l’altro per altri trent’anni / e non ne avremo mai abbastanza».

La vita e l’esistenza nel tempo come “Fatal Mistakes”, “errori fatali”. Un antenato modernissimo come Georg Büchner diceva che riconoscerli è il massimo, dominarli è impossibile. Ma forse  sono ancora più vere le parole di Bertolt Brecht. Più vere perché più consolanti, perché tengono aperto il minuscolo, quasi impercettibile ma vitale spiraglio dell’utopia: «Esistono un solo errore fatale e un solo peccato capitale: ritenere che l’esistente sia l’unico orizzonte possibile». E’ evidente che Justin Currie la pensa allo stesso modo, e noi con lui. Bentornati, Del Amitri. Ce n’era bisogno.

Mattia Mantovani
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