Rivoluzione leggera

Così Nanni Ricordi ha inventato i cantautori

Dotato di un formidabile intuito e di un carattere combattivo, lanciò, tra gli altri, Paoli, Battisti, Vanoni e Jannacci

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Paganini

Paganini 15.03.2026, 10:35

Di: Paganini/RigA 

Senza la visione e l’insistenza di Nanni Ricordi (1932-2012), senza il suo fiuto, probabilmente oggi non parleremmo dei cantautori italiani. Sicuramente non nei termini in cui se ne parla oggi. Gino Paoli, Luigi Tenco, Ornella Vanoni, Umberto Bindi, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Lucio Battisti, tutti nomi scoperti dal discografico italiano per antonomasia.

Nel descriverlo ricorre il verbo “inventare”, indicativo di una mente vivace, capace di vederci lungo: vale per L’uomo che ha inventato i dischi, documentario diretto da Roberto Manfredi, come per i libri di Claudio Ricordi, cugino di Nanni che con lui lavorò come chitarrista. Ospite di Paganini, ricostruisce quel periodo in cui si affermò un nuovo modo di raccontare in musica, agevolato dal formato agile del 45 giri. Dischi economici da produrre, e adatti per programmazione radio e juke-box, che favorirono il successo dei cantautori. E anche se non vendevano molto alla loro uscita (come nel caso de La gatta), Nanni “rompeva” per far conoscere i brani dei Paoli e degli Jannacci, perché il suo obiettivo era diffondere quel tipo di musica.

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Ornella Vanoni e Nanni Ricordi

Musicalbox 24.11.2025, 16:35

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  • Claudio Ricordi

Erede della famiglia milanese che fondò l’editoria musicale, dopo un periodo formativo a New York nel 1958 diede vita alla Dischi Ricordi, di cui diventò direttore artistico. Eravamo nell’epoca d’oro della discografia, e lui lo comprese. Il primo album fu un colpo magistrale: una registrazione della Medea di Luigi Cherubini interpretata da Maria Callas. La mossa intelligente fu convincere l’editore a dare un seguito al disco con altri, prodotti direttamente dalla Ricordi.

«Un uomo coltissimo», lo descrive Andrea Bocelli, «bellissimo ed empatico» secondo Vanoni, che ha dispensato «la lezione di un gentiluomo», afferma Paoli, ma anche «un eccesso di uomo», dice Antonello Venditti. Provvisto di un carattere tosto (non era sempre facile avere a che fare con lui), sapeva riconoscere il talento, comprendere le qualità di un musicista al di là del primo impatto, di ciò che era immediatamente visibile - e udibile. Accadde ad esempio con Battisti, che lanciò nonostante l’etichetta lo ritenesse non commerciale.

Aveva le sue idee, Ricordi, e per esse combatteva, stando sempre dalla parte degli artisti. Nulla però poté fare per proteggere Bindi - da lui fortemente sostenuto - dall’accanimento che la società italiana gli riservò per via della sua omosessualità.

Portò la musica italiana oltre le dinamiche della canzonetta sanremese consegnando al pubblico le canzoni di quei ragazzi «pensosi» (li definisce Roberto Vecchioni) che nei ’60 scelsero una strada diversa dai coetanei alla Celentano o alla Little Tony, attratti dal richiamo del rock’n’roll, ai tempi il genere che andava per la maggiore.

Chiudiamo queste righe tornando nella Milano in pieno fermento artistico degli anni ’50, nei locali meneghini frequentati da Nanni Ricordi. In uno di questi club rimase colpito da Giorgio Gaber, dalla sua autenticità, dal suo saper coniugare più forme espressive (jazz, chanson, teatro). Un talento capace di parlare alle nuove generazioni, che mise sotto contratto rendendolo uno dei primi volti di quella “rivoluzione leggera” che porterà nella musica italiana.

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