Il mercato del cacao è uno di quei luoghi in cui la globalizzazione mostra il suo volto più nitido: un sistema che si muove a velocità diverse.
In realtà, l’analista Maurizio Mazziero al microfono di Barbara Camplani in Alphaville, definisce la quotazione attuale un ritorno alla «normalità» dopo un picco anomalo, quando le quotazioni avevano toccato i 10.000-12.000 dollari a tonnellata. Malattie delle piante, El Niño, La Niña: un catalogo di fragilità climatiche che aveva strozzato l’offerta. Ora le condizioni sono migliorate, la produzione è risalita, e il prezzo è sceso. Ma nel frattempo si è verificata quella che Mazziero chiama «distruzione della domanda»: consumatori che comprano meno, industrie che cambiano ricette, riducendo il cacao e aumentando grassi e sostituti.
E allora perché il cioccolato resta caro? Perché la filiera non è un tubo, è un labirinto. Le aziende hanno magazzini pieni di cacao pagato a caro prezzo, contratti derivati firmati quando le quotazioni erano alle stelle, costi energetici e logistici che non accennano a diminuire. E poi c’è la parte che nessuno ama dire ad alta voce: i margini. Le imprese li difendono, li recuperano, li allargano. Il prezzo finale non è mai la fotografia del mercato, è la somma di molte scelte.
Cioccolato alle stelle, cacao alle stalle
Alphaville 05.03.2026, 11:45
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Il vero dramma, però, non è nei supermercati europei. È nei campi della Costa d’Avorio e del Ghana, che producono oltre metà del cacao mondiale. Qui il crollo dei prezzi non è un dato economico: è una condanna. I piccoli agricoltori, già schiacciati da malattie delle piante e infrastrutture inesistenti, non hanno margini per assorbire le oscillazioni del mercato. «I prezzi bassi di quest’oggi sui mercati internazionali del cacao saranno quelli che poi faranno invertire il ciclo e genereranno nuovamente un nuovo rialzo della materia prima», avverte Mazziero. È il paradosso perfetto: la crisi di oggi prepara l’impennata di domani.
In mezzo, come sempre, ci sono i giganti. Barry Callebaut e pochi altri controllano la prima trasformazione, quella che decide davvero il valore del cacao. Poi arrivano Nestlé, Lindt, Ferrero, Mars, Mondelez. E infine la grande distribuzione, che non rinuncia ai propri margini. Una catena lunga, opaca, dove chi coltiva guadagna meno di tutti e chi vende guadagna più di tutti.
Pensare che il prezzo del cioccolato possa scendere nel breve periodo è un’illusione. Il prodotto finale è un mosaico di costi: packaging, logistica, energia, altre materie prime in aumento. «Non si tornerà ai prezzi di 3 o 4 anni fa», dice Mazziero. E non è pessimismo: è aritmetica.
Alla fine, il cacao è solo un esempio. Ma è un esempio che pesa. Mostra come le dinamiche globali non producano mai effetti lineari: un crollo non è mai solo un crollo, un rialzo non è mai solo un rialzo. E soprattutto mostra chi paga davvero il prezzo delle nostre filiere globali: non noi, che continuiamo a comprare cioccolato a un euro in più; ma chi lo coltiva, e non ha alcun potere per decidere quanto vale il proprio lavoro.





