«Racconti una storia, poi la racconti in un altro modo. E alla fine non sai più quale sia vera. Forse lo sono tutte». In questa riflessione di Elias Khoury si condensa l’essenza di una narrazione che non cerca la verità assoluta, ma la moltiplicazione dei punti di vista. È da qui che parte il racconto di Talal Khoury, direttore della fotografia libanese, che intreccia la propria esperienza con quella del padre in una storia familiare e politica che attraversa decenni di conflitti.
Negli anni Ottanta, Elias Khoury insegnava alla Columbia University di New York. Eppure decise di tornare a Beirut, in piena guerra civile, con la sua famiglia. Una scelta radicale, che Talal ricorda come un gesto profondamente politico: «Mio padre lasciò New York nel 1983 per trasferirsi a Beirut ovest. L’idea del sacrificio era questa: ci sono anch’io, quello che accade al mio vicino può accadere anche a me».
Essere presenti, per Elias, era una necessità morale prima ancora che narrativa. «Non avrebbe potuto scrivere quello che ha scritto se non fosse stato sul luogo, in tempo», spiega Talal, sottolineando come la scrittura nasca dall’esperienza diretta. La guerra non come tema, ma come condizione vissuta.
La traiettoria del figlio sembra opposta. Dopo l’esplosione del porto di Beirut nel 2020 e la crisi economica, Talal lascia il Libano e si stabilisce in Francia. Anche questa, però, è una scelta politica: «Per poter lottare avevo bisogno di lasciare il Libano, avevo bisogno di stare in Europa lontano dai conflitti quotidiani». Una distanza che non è fuga, ma nuovo punto di osservazione.
Nel racconto di Talal emerge una consapevolezza lucida: il Libano contemporaneo non è solo attraversato dalla guerra, ma da un sistema che ha tradito i suoi cittadini. «La chiamano crisi economica, ma non è una crisi economica. È un furto», afferma, denunciando il collasso finanziario che ha privato i libanesi dei loro risparmi. In questo contesto, il cinema diventa uno strumento di resistenza: «Penso che portare dei racconti sia un atto politico».
Padre e figlio condividono questa convinzione, pur seguendo strade divergenti. «Siamo entrambi convinti che siano scelte politiche, ma le facciamo in modo completamente opposto», racconta Talal. Le loro discussioni sono state accese, ma attraversate da un rispetto profondo, fino all’accettazione reciproca: «Lui mi dice: va bene, vai, fai quello che devi fare. Sono dietro di te».
Il loro dialogo riflette anche un passaggio generazionale. Elias apparteneva a una sinistra collettiva, legata alle masse e alle lotte condivise. Talal, invece, rivendica la centralità dell’individuo: «Credo che sia l’individuo che debba essere libero solo con quella libertà si può combattere come si vuole». Una libertà che si traduce anche nella responsabilità verso il futuro del proprio figlio: «Almeno so che sto dando a mio figlio un futuro in cui potrà decidere lui dove andare».
Nel suo lavoro di direttore della fotografia, Talal traduce visivamente questa complessità. «Per me fare il direttore della fotografia significa tradurre i pensieri del regista e i suoi sentimenti», spiega. Lo sguardo diventa così un’altra forma di racconto, capace di attraversare le contraddizioni senza risolverle.
E forse, come suggeriva Elias Khoury, non esiste una sola verità. Esistono storie che si sovrappongono, si contraddicono, si completano. E tutte, in qualche modo, restano.
Elias e Talal Khoury: raccontare il Libano
Laser 09.06.2026, 09:00
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