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USA: 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza

“We the People”, il passato che interroga l’America di Trump

“Conosciamo i nomi, veneriamo il passato, ma non comprendiamo davvero la storia”, incontro con William M. Treanor, decano della Georgetown University

  • Un'ora fa
Alcuni dei drappi appesi negli edifici pubblici di Washington per celebrare i 250 anni dell’Indipendenza
04:41

Gli Stati uniti verso il 4 luglio e i 250 di storia

Telegiornale 01.07.2026, 20:00

  • RSI
Di: Massimiliano Herber, corrispondente RSI dagli Stati Uniti

Sotto il sole battente della Pennsylvania le uniformi sembrano fin troppo calde, i movimenti dei figuranti di ogni età lasciano trasparire più di una goffaggine e le manovre simulate sul campo di battaglia paiono tatticamente perfettibili. A Pennipacker Mills - un’ora a nord di Filadelfia - quartiere generale del Generale Washington prima della battaglia di Germantown (ottobre 1777) va in scena una delle molte rappresentazioni storiche per celebrare i 250 anni dell’Indipendenza americana e la Guerra di Rivoluzione.

La Rappresentazione storica della guerra di Rivoluzione a Pennypacker Mills

La Rappresentazione storica della guerra di Rivoluzione a Pennypacker Mills

  • RSI

Osservando gli uomini di ogni età in divisa - i “Continentali”: il 6.o reggimento della Pennsylvania, i fanti giunti dal New Jersey, il battaglione germanico dal Maryland - improvvisarsi in soldati rivoluzionari è più facile immedesimarsi con lo stupore descritto da Johan Ewald, un capitano tedesco arruolato tra le forze britanniche durante la Rivoluzione americana: “Chi avrebbe pensato cent’anni fa che da questa marmaglia sarebbe sorto un popolo capace di sfidare i re?”

Eppure, basta porre qualche domanda agli spettatori entusiasti di queste rappresentazioni per rendersi conto che la storia di 250 anni fa, pur celebrata è poco riconosciuta.

William Treanor è il decano emerito del Dipartimento di Storia della Georgetown University, ripete appassionato e commosso le parole “rivoluzione” e “democrazia”. “Democrazia, uguaglianza… non c’erano prima! Capite?!?”, ricorda quando ci riceve per il Telegiornale.

All’alba della Guerra di Indipendenza, racconta, circa un terzo della popolazione americana era considerato un patriota, un terzo erano lealisti - fedeli alla corona- e il terzo restante era ancora indeciso… Ed è qualcosa che abbiamo dimenticato: questa divisione, questa sofferta decisione di rompere con la Gran Bretagna e quindi il senso del rischio di schierarsi per quel che si riteneva giusto”.

William M. Treanor, decano emerito Georgetown University

William M. Treanor, decano emerito Georgetown University

  • RSI

Le divisioni paiono caratterizzare anche l’America 250 anni dopo e le parole di Treanor, storico e costituzionalista, si fanno più accorate “Non dovremmo temere queste divisioni, e dobbiamo anche renderci conto di quanto sia importante il coraggio, quanto sia importante difendere ciò in cui si crede. È proprio quello che è successo nel 1776!”. Ma agli Stati Uniti del 2026 cosa ricorderebbero i Padri Fondatori? “Se tornassero oggi, direbbero che bisogna lottare per lo Stato di diritto e per la democrazia e difendere il principio secondo cui i Presidenti NON sono Re”. Il riferimento alle proteste “No Kings” contro Donald Trump pare evidente e l’insegnamento della storia fondamentale: “Fossero qui, in questo momento, spiega il professore, i Padri Fondatori sarebbero molto preoccupati per l’autocrazia e per una Presidenza che ogni giorno assume sempre più i tratti di un regno. La Dichiarazione d’Indipendenza riguarda gli abusi di Re Giorgio. Non riguarda gli abusi del Parlamento, né quelli del governo britannico, ma proprio Re Giorgio”.

L’esperimento americano persiste, anche oggi dove l’essere “patriottici” pare appannaggio di una sola forza politica e la storia viene letta o raccontata attraverso la lente partitica.

“A volte raccontare la storia significa riportare alla luce ciò che è stato dimenticato. A volte preservare ciò che tutti conoscono. È cruciale lottare per preservare l’autenticità della storia. A chi appartiene, allora? Non appartiene a nessuno. Ma è fondamentale raccontarla correttamente. E il lavoro degli storici è assolutamente essenziale quando una nazione cerca di definire se stessa”.

Un dipinto della Convention per la Costituente di Junius B. Stearns, 1856.

Un dipinto della Convention per la Costituente di Junius B. Stearns, 1856.

  • Enciclopedia Britannica

Con il piglio didattico del docente Treanor ricorda l’origine dell’incipit della Costituzione, “We The People”, “per tantissime persone sono diventate solo parole vuote…” “Noi, il Popolo” è l’intuizione di James Wilson, racconta Treanor, un democratico con la D maiuscola, alla Convenzione costituzionale. In un’epoca in cui le donne non votavano, milioni di persone erano schiave e persino molti uomini bianchi erano esclusi dal voto, Wilson sosteneva che il potere dovesse appartenere ai cittadini. “We the People”, l’idea era semplice e rivoluzionaria: è il popolo a darsi le proprie regole”.

A sinistra, James Wilson, a destra Gouverneur Morris

A sinistra, James Wilson, a destra Gouverneur Morris

  • Wikipedia

“Nella prima bozza, però, riprende il decano della Georgetown, seguiva l’elenco dei tredici Stati. Sarà il Committee of Style, e fu Gouverneur Morris, ad aggiungere “We the People of the United States”. Non più il popolo dei singoli Stati, ma un unico popolo. Un’unica nazione, unita da un obiettivo: garantire la democrazia, la giustizia e il bene comune.”

Parole che risentite e spiegate fanno capire quanto sia rivoluzionario l’esperimento americano, nonostante 250 anni dopo - come recitava la Costituzione - la sua unione rimanga ancora imperfetta.

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