L’esperimento era di quelli delicatissimi, e lo sapevano tutti fin dall’inizio. All’Italia ci sono voluti due mesi per riuscire a dare vita a un nuovo esecutivo dopo le elezioni del 24-25 febbraio, finite con il sostanziale pareggio tra centrodestra e centrosinistra. Il 28 aprile il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha consegnato le chiavi del governo a Enrico Letta, del Partito Democratico, che si è messo alla guida di una formazione mai vista in Italia: un governo delle larghe intese, sostenuto dagli schieramenti che negli ultimi venti anni (sotto diverse sigle) si sono dati battaglia senza risparmiarsi un colpo. Partito Democratico da una parte, Popolo della Libertà dall’altra. Una convivenza difficile, traballante, che ha mostrato subito i primi attriti sui temi economici (IMU e aumento dell’Iva).
Un governo guardato a vista da chi è arrivato terzo in classifica alle elezioni di febbraio, quel Movimento Cinque Stelle guidato dal duo Beppe Grillo-Gianroberto Casaleggio che ha sempre rifiutato ogni collaborazione con i partiti al governo e che anzi – a più riprese – ha chiesto al capo dello Stato lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni, convinto di raccogliere ancora più consensi.
Ma il timer capace di far davvero saltare il governo aveva una data ben precisa, e un luogo: la Corte di Cassazione, che il primo agosto ha confermato la condanna a 4 anni di carcere per frode fiscale a Silvio Berlusconi. Non è la prima condanna per il Cavaliere, ma è la prima con sentenza definitiva, che lo obbliga a lasciare il seggio di senatore, senza aver più diritto (per un periodo che deve ancora essere quantificato) a fare politica attiva. Una questione tecnica, prevista dalla legge, ma che è diventata un caso politico, la resa dei conti finale tra Berlusconi che rivendica il diritto di continuare a fare politica, e il Partito Democratico che chiede il rispetto della legalità. La minaccia del centrodestra è che ogni decisione contro il Cavaliere provocherà la rottura dell’intesa che sostiene l’esecutivo. Il 9 settembre si apre la battaglia alla giunta per le elezioni del Senato, un organo politico che dovrà esprimersi sulla decadenza di Berlusconi da senatore. Ma la posta in gioco è molto più alta: la tenuta del governo, il futuro dell’Italia.
Claudio Bustaffa





