Tornato cristallino e docile, il Bisagno si infila dentro il canale che, sotto il centro città di Genova, lo accompagna fino al mare. Sfila basso come un innocente, scriverebbe oggi De André, freddo come un dolore. Giovedì ha ucciso e oggi, a guardarlo scorrere silenzioso, non pare vero.
Sono alla mia terza alluvione, racconta la signora Fanny dal suo terrazzo che si affaccia sul Bisagno. Ha 85 anni e ne ha viste tante, ma come questa mai. L'acqua è arrivata al primo piano delle case di via Canevari, a tre, forse quattro metri d'altezza. Si è infiltrata dentro ogni negozio, dentro ogni casa, vendicandosi di una città che nei secoli ha voluto ingabbiarlo nelle sue viscere per placare la sete di cemento.
Il fiume ha invaso ogni negozio che incontrava lungo il suo corso
Patrizia tre anni fa ha investito tutto nel suo negozio di cappelli. Oggi quel negozio non c'è più e di soluzioni, per ora non ne vede. Lotta contro il fango con determinazione ma, ammette, ogni tanto affiora lo sconforto. L'umore di Patrizia scende e sale come le acque dell'odiato Bisagno.
"Come tre anni fa", "come tre anni fa", non fanno che ripeterlo tutti, lungo questa via maledetta. C'è chi aveva perso tutto e in questi tre anni si era rifatto una vita, ora si riparte da capo. Tutto distrutto, una volta ancora. "I genovesi ringraziano chi non ha fatto nulla". Patrizia ha esposto un cartello, pieno di rabbia, nella vetrina dove c'erano i suoi cappelli.
Si reagisce: "L'umore sale e scende come le acque del Bisagno"
È l'alluvione burocratica che uccide, raccontano in molti, più che l'acqua. Quella che, in nome dei cavilli, blocca opere e cantieri vitali. Sotto Genova scorrono dieci chilometri di fiumi e rigagnoli che esplodono, ogni qual volta piove. Ma i lavori per allargare le gallerie sono fermi, ostacolati da ricorsi e controricorsi.
Il Bisagno hanno cominciato a sotterrarlo a fine Ottocento, sotto grandi boulevard alberati, poi ci si sono accaniti i palazzoni fascisti in travertino, infine le colate di cemento di fine secolo. A monte intanto la città cresceva a dismisura aggrappando grigi e immensi condomini su ogni pendio. Decenni e decenni di follia e presunzione edilizia, che oggi chiedono il conto con ferocia e dolore.
Distruzione
Lo ha capito anche Margherita, i boccoli sporchi di terra, con le sue compagne, in sei non arrivano a 90 anni. I palmi con le ferite di chi mai prima d'ora aveva preso in mano una pala. La natura si sta ribellando, dice.
Gli "angeli del fango"
Li chiamano gli angeli del fango, come chiamavano le loro madri e i loro padri, quelli dell'alluvione cantata da De André. Stanno ripulendo la città, le botteghe, gli androni dei palazzi, gli scantinati. Migliaia e migliaia di volontari, che si aggirano per la città, offrendo le loro braccia. "Non c'è fango che tenga", c'è scritto sulle loro tshirt. In tre giorni hanno quasi sanato ogni ferita, spazzato via ogni segno dell'alluvione.
Si ammassano i rifiuti
Su piazza Kennedy, a bordo mare, c'è un pezzo di Genova, quello che l'acqua si è portato via. È una montagna di detriti, rivangata dalle ruspe, si riconosce qualche materasso, qualche macchina accartocciata e poco altro. È un monumento lugubre e informe alla forza dell'acqua. Tutto ha lo stesso colore, il color del fango. Nero, nero di malasorte, canterebbe De André, come cantava oramai quasi 20 anni fa. Da allora, nella sua Genova, nulla è cambiato.
Nicola Agostinetti
Dal TG20






