Anniversari

Guardie Svizzere, oltre l’uniforme, i segreti di una vita accanto al Papa

Dalle discussioni sulla neutralità ai gesti quotidiani di Francesco: un viaggio nella storia meno nota del corpo più antico del mondo

  • Oggi, 10:00
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Le reclute della Guardia schierate durante la cerimonia di giuramento, nel Cortile di San Damaso il 4 ottobre 2025

Le reclute della Guardia schierate durante la cerimonia di giuramento, nel Cortile di San Damaso il 4 ottobre 2025

  • Keystone
Di: Rod 

Le Guardie Svizzere non sono solo figure in uniforme, immobili agli ingressi del Vaticano. Sono anche coloro che, giorno dopo giorno, condividono con il vescovo di Roma spazi, ritmi e piccoli frammenti di vita che raramente entrano nei libri, ma che spesso raccontano molto più di una cronaca ufficiale.

Con Pio XI, per esempio, il loro ruolo cambiò quasi all’improvviso. Nel 1929, con la nascita dello Stato della Città del Vaticano, si ritrovarono a essere, almeno formalmente, la forza armata di un nuovo Stato. In Svizzera la cosa fece discutere più del previsto. C’era chi si chiedeva se quel servizio fosse compatibile con la neutralità elvetica. La risposta arrivò dalle autorità federali, che inquadrarono la Guardia più come un corpo di sicurezza che come un esercito. La questione si chiuse così, con una soluzione pratica, ma resta uno dei pochi momenti in cui la loro esistenza uscì davvero dall’ombra.

Durante la Seconda guerra mondiale, sotto Pio XII, la realtà fu molto meno teorica. Il Vaticano divenne rifugio, e le caserme si riempirono ben oltre la norma. Le guardie si trovarono a convivere con civili, famiglie, bambini. Non era raro vederle impegnate in compiti che andavano ben oltre la sorveglianza: aiutare a sistemare chi arrivava, distribuire viveri, dare una mano dove serviva. In quel contesto, la distanza tra uniforme e vita quotidiana si accorciò inevitabilmente.

Con Giovanni XXIII, il tono cambiò ancora. Era un Papa incline al contatto diretto, poco formale. Diverse testimonianze ricordano come si fermasse a parlare con le guardie, chiedendo da dove venissero, chiamandole per nome quando possibile. Non erano gesti studiati, ma abitudini spontanee che finivano per lasciare il segno in un ambiente tradizionalmente rigido.

Paolo VI segnò una svolta più strutturale. Nel 1970 decise di sciogliere gli altri corpi armati vaticani, lasciando la Guardia Svizzera come unico presidio militare. Fu una scelta netta, che ne rafforzò il ruolo e, in un certo senso, la responsabilità. Da allora, dietro l’immagine cerimoniale, il loro compito assunse un peso ancora più concreto.

L’attentato a Giovanni Paolo II, nel 1981, cambiò molte cose. Dopo quel giorno, la sicurezza del Papa venne ripensata in modo più rigoroso, e anche la Guardia si adeguò a standard diversi. Eppure, nei ricordi di chi c’era, non resta solo la tensione di quei momenti, ma anche ciò che venne dopo: il Papa che, una volta ripresosi, volle incontrare e ringraziare personalmente chi era in servizio. Un episodio semplice, ma che dice molto del rapporto che si era creato.

Con Benedetto XVI il clima fu più riservato, senza particolari episodi diventati di dominio comune. Furono anni di continuità, in cui il Corpo proseguì nel suo aggiornamento senza cambiamenti visibili, mantenendo una discrezione coerente con lo stile del pontefice.

Papa Francesco ha riportato una dimensione più immediata. Tra i racconti che circolano tra le guardie, ce n’è uno che torna spesso: una mattina presto, durante un turno, il Papa si accorse che una guardia non aveva ancora fatto colazione. Senza formalità, gli fece portare - o, secondo alcune versioni, gli consegnò direttamente - pane e marmellata. Un gesto minimo, quasi domestico, ma proprio per questo rimasto impresso. Accanto a episodi così, le guardie ricordano anche incontri brevi, domande sul freddo durante la notte, attenzioni semplici che spezzano la distanza del ruolo.

A fare da filo conduttore resta il 6 maggio, giorno del giuramento, che ricorda il Sacco di Roma e il sacrificio delle guardie cadute allora. Ogni anno la cerimonia si ripete quasi identica, eppure ogni volta segna un passaggio. Nuovi volti (quest’anno sono 28) entrano in un contesto che cambia continuamente, ma che conserva una continuità difficile da trovare altrove.

(Nel tg della sera un servizio sul giuramento delle Guardie)

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