L’Iran prosegue la sua campagna di rappresaglia contro i Paesi del Golfo. Nuove esplosioni hanno scosso all’alba Manama, capitale del Bahrein. Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il Bahrein - che ospita basi militari americane - dichiara di aver intercettato 125 missili e 203 droni iraniani, con un bilancio di due morti. Negli altri Paesi del Golfo, anche loro nel mirino, gli attacchi hanno causato complessivamente 24 morti.
L’Arabia Saudita ha comunicato di aver distrutto domenica dieci droni nel est del Paese e nei pressi di Riad, mentre gli Emirati Arabi Uniti riferiscono di aver intercettato missili e droni diretti sul loro territorio. Nuovi missili lanciati dall’Iran verso Israele sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea israeliani, senza vittime segnalate sul suolo israeliano.
Lo stretto di Hormuz, nodo irrisolto
Il punto più critico rimane il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita in condizioni normali un quinto della produzione mondiale di idrocarburi. L’Iran lo tiene quasi completamente chiuso, puntando a destabilizzare l’economia globale e a far salire il prezzo del greggio. Gli Stati Uniti cercano di riaprire il passaggio e il presidente Donald Trump ha fatto appello sabato ad altri Paesi, citando esplicitamente Cina, Francia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, affinché inviino anch’essi navi militari nella zona per scortare le petroliere.
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Trump ha nel frattempo promesso di colpire “molto duramente nel corso della prossima settimana” e ha minacciato di prendere di mira le infrastrutture petrolifere iraniane sull’isola di Kharg, nel Golfo Persico, principale hub di esportazione del greggio iraniano. Teheran ha risposto senza esitazioni: se le sue infrastrutture energetiche verranno bombardate, l’Iran colpirà gli interessi economici americani nella regione, “riducendoli in cenere”, secondo le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
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Oltre 2000 morti in due settimane
Il bilancio complessivo del conflitto supera ormai i 2’000 morti in sedici giorni di guerra. La maggior parte delle vittime si concentra in Iran e in Libano, trascinato nel conflitto dal 2 marzo quando il movimento sciita filo-iraniano Hezbollah è entrato in campo, esponendosi da allora a massicci bombardamenti israeliani. Le autorità libanesi stanno cercando di formare una delegazione per avviare trattative con Israele su una possibile cessazione delle ostilità.

Libano: presto un'invasione israeliana?
Telegiornale 15.03.2026, 20:00
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Sul fronte iraniano, Stati Uniti e Israele sostengono di aver gravemente indebolito il regime. Eppure venerdì alcuni dirigenti della Repubblica islamica hanno sfilato pubblicamente nel centro di Teheran, in un gesto di sfida. Resta invece avvolto nel mistero lo stato di salute di Mojtaba Khamenei, il nuovo leader supremo che ha succeduto l’8 marzo al padre - ucciso nel primo giorno di guerra - e che non è ancora apparso pubblicamente. Secondo fonti statunitensi sarebbe rimasto ferito. La diplomazia iraniana minimizza: “Non ci sono problemi con il nuovo leader supremo, svolge le sue funzioni in conformità con la Costituzione”, ha assicurato sabato il ministro degli Esteri.
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Le ripercussioni sul mondo dello sport
Il conflitto inizia a lasciare il segno anche nello sport. Segnale eloquente di un crescente scetticismo su una rapida conclusione della guerra, i due Gran Premi di Formula 1 previsti in Bahrein (10-12 aprile) e in Arabia Saudita (17-19 aprile) sono stati annullati. Sul fronte calcistico, la nazionale irachena parteciperà regolarmente allo spareggio mondiale in Messico contro il Messico per i Mondiali 2026, nonostante la chiusura dello spazio aereo iracheno fino al 1° aprile. Tre calciatrici della nazionale femminile iraniana, che avevano ottenuto asilo in Australia, hanno invece deciso di fare ritorno in Iran.
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