Entra in crisi il trattato di libero commercio tra Messico, Canada e Stati Uniti: da Washington è arrivata la conferma che non rinnoverà l’accordo. È lo stesso trattato che il Presidente Trump definì nel 2020, durante il suo primo mandato, «il più grande, più equo, più equilibrato e più moderno accordo commerciale mai raggiunto». Porta infatti la sua firma, in sostituzione del NAFTA (Accordo nordamericano di libero scambio), da lui liquidato come il «peggior accordo commerciale mai firmato». Ma dall’inizio del suo secondo mandato, lo stesso Trump ha imposto dazi su merci che il trattato avrebbe dovuto proteggere. L’impatto è stato contenuto solo perché i dazi applicati agli altri Paesi erano ancora più elevati.
Non uno strappo, ma un rinvio
È una decisione che non rinuncia al trattato esistente, ma prende tempo. Una clausola dell’accordo ne prevede il rinnovo dopo sei anni, scadenza che cadeva questa settimana. Canada e Messico avevano già confermato il rinnovo del trattato per i prossimi sedici anni. Gli Stati Uniti hanno invece deciso di non rinnovarlo «nella sua forma attuale», optando per revisioni annuali. Nei fatti vuol dire non compromettersi con impegni a lungo termine senza rinunciare al trattato vigente, in linea con le precedenti dichiarazioni del Presidente Trump: «Preferirei non avere alcun accordo, anche se potrei comunque firmarlo». Un’ambiguità che alimenta l’incertezza, aumenta le tensioni tra i tre Paesi alleati e scoraggia proprio quegli investimenti che Washington dice di voler attrarre.

Donald Trump
Trent’anni di integrazione a rischio
Il primo accordo di libero commercio tra i tre Paesi fu firmato nel 1994. Ha dato vita a un’integrazione commerciale da 900 miliardi di dollari e a catene manifatturiere in cui ogni passaggio aggiunge valore al prodotto: un’automobile, ad esempio, può attraversare la frontiera anche dieci volte prima di essere completata. I dazi minacciati e già imposti mettono a rischio questo sistema che, se da un lato ha generato ricchezza nella regione, dall’altro ha creato una dipendenza di cui oggi emergono i limiti. Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, il Messico e, ancor più, il Canada hanno cercato di diversificare i propri mercati firmando nuovi accordi commerciali. Ma il 70% delle esportazioni canadesi e oltre l’80% di quelle messicane è destinato agli Stati Uniti, e serviranno anni perché questi equilibri cambino. Nel frattempo, anche le elezioni di medio termine di novembre potrebbero ridurre il margine d’azione di Trump e la sua capacità di imporre l’agenda in caso di vittoria dei democratici.
L’ombra lunga della Cina
Già nel trattato del 2020 era stata introdotta una clausola che limitava il ruolo della Cina nei rapporti tra i partner dell’accordo, ma con il secondo mandato di Trump la linea anticinese è diventata centrale. Le pressioni di Washington non riguardano solo l’origine dei prodotti che entrano nelle catene manifatturiere, ma puntano anche a limitare le importazioni nel mercato interno dei suoi alleati, in particolare in America Latina. Nel frattempo, però, la Cina si è affermata come produttrice di tecnologia di alta qualità. Le automobili elettriche cinesi hanno conquistato una quota dominante del mercato messicano, acquistate non solo perché costano meno, ma anche per la loro qualità.
Un impianto di produzione di automobili cinesi in Messico
L’agenda statunitense è più ideologica che economica e continua a inseguire il ritorno di posti di lavoro manifatturieri destinati a non rientrare negli Stati Uniti. Le importazioni messicane dalla Cina, secondo partner commerciale del Messico, sono effettuate in larga parte da aziende statunitensi che producono in Messico e che, in assenza di alternative competitive, sono le prime a pagare il prezzo di queste restrizioni



