Essere il popolo eletto non è un privilegio, ma una responsabilità scriveva il grande filosofo Emanuel Lévinas. L’interpretazione più diffusa di questo concetto della Torah sembra oggi purtroppo ben diversa in Israele. L’altro, il palestinese, è scomparso dagli orizzonti del dibattito pubblico e della campagna elettorale. La condizione che vive la popolazione confinata nella striscia di Gaza con i suoi ammassi di macerie non fa notizia, l’insensibilità è palpabile.
Lungimiranti le parole di Malraux
Visitando Israele e incontrando interlocutori di diversi e spesso antitetici orientamenti politici e religiosi, ci si rende conto di quanto fossero lungimiranti le parole di André Malraux, il grande letterato e ministro della cultura francese che aveva predetto un ventunesimo secolo all’insegna di una forte rinascita dei fenomeni religiosi. Non è solo il mondo islamico a concretizzare queste previsioni: pure Israele sta vivendo un palese rafforzamento delle componenti confessionali. Una società dove i settori laici, il pensiero illuminista, la tradizione critica (Spinoza) stanno arretrando, come se fossero posti su un piano scivoloso e inclinato. A beneficio dell’ortodossia se non addirittura delle correnti messianiche ultraortodosse (i cosiddetti Haredim) che possono contare su una forte crescita demografica. L’istantanea che si può scattare a Tel Aviv o Gerusalemme, non sembra lasciare dubbi. Nella trinità dell’ebraismo sionista (Dio, terra, popolo) la Torah viene brandita con sempre maggior forza. E quando la verità è solo e unicamente quella della parola rivelata, ontologicamente certa, il dialogo con l’altro si fa arduo.
Laser - giovedì 12 marzo: Gli ebrei e l’ebraismo
RSI Info 15.03.2015, 16:59
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L’assenza di un vero dibattito sul futuro dei rapporti con i palestinesi è il termometro di una chiusura identitaria dai contorni etnico nazionalistici che sembrano riflettere un mutamento profondo, politico e ideologico. Il sionismo perde le sue componenti utopiche, subisce una progressiva metamorfosi di stampo patriottico. Anche perché le dinamiche interne riflettono sì un rafforzamento delle ideologie e istanze religiose, ma pure l’apparizione di minacce e pericoli reali. Che spiegano in parte il ripiegamento, la chiusura sociale, la circospezione se non l’ostilità che suscita il goym, il non ebreo. Con la convinzione, cieca, che l’alterità sia solo il prodotto di un altro ostile. Come se quel micidiale statu quo che confina da decenni milioni di palestinesi nella frustrazione, potesse sortire da parte loro atteggiamenti di natura diversa. La constatazione oggi è semplice e immediata: se la pace non è mai parsa tanto lontana, è perché l’altro, quello confinato dietro le mura della linea verde, ha cessato agli occhi di molti israeliani, di esistere.
Laser - venerdì 13 marzo: Ebraismo e sionismo
RSI Info 15.03.2015, 16:58
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Roberto Antonini



