Ancora un colpo di scena in Sudan, il primo ministro Abdallah Hamdok ha annunciato le dimissioni. Lo ha fatto dopo una nuova giornata di manifestazioni contro il potere militare. Nella capitale Khartoum le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco sui dimostranti uccidendo due persone.
Tre mesi fa i militari avevano messo in atto un colpo di Stato, guidato da al-Burhane, escludendo tutti i miistri civili dal Governo. Il primo ministro Hamdok era stato arrestato. In seguito alle proteste era stato poi rilasciato e gli erano state formalmente restituite le funzioni, ma di fatto sono sempre stati i vertici dell'esercito a mantenere saldamente in mano il potere nel martoriato Paese africano, per questo la protesta continua da due mesi, con violente risposte da parte di polizia ed esercito.
L'ennesima repressione del regime
Anche oggi (domenica) il regime militare sudanese ha risposto con violenza alle proteste pro-democrazia. La capitale, in previsione delle proteste, era stata blindata con blocchi stradali - container sono stati utilizzati per bloccare i ponti sul Nilo - mentre le forze armate presidiavano i punti strategici di Khartoum e zone limitrofe con autoblindo ed armi pesanti. Secondo NetBlocks, gruppo che monitora la Rete, i telefoni cellulari in città non funzionavano, e così l'accesso ad internet, entrambi strumenti utilizzati dagli organizzatori della protesta per comunicare tra loro e con le migliaia di dimostranti. Le immagini della protesta vengono poi solitamente diffuse con gli stessi mezzi.
Nel corso di una nuova e caotica giornata, le forze di sicurezza hanno sparato lacrimogeni contro migliaia di persone che si dirigevano verso il palazzo presidenziale per protestare ancora una volta contro il golpe, sfidando una città blindata ed il blocco delle telecomunicazioni: mobilitati dallo slogan "il 2022 è l'anno in cui la resistenza continua". E sulla strada si sono contati altri morti, almeno due.
Da ottobre 56 manifestanti uccisi
Dal colpo di Stato del generale Abdel Fattah al-Burhane dello scorso 25 ottobre, 56 manifestanti sono stati uccisi nella repressione e centinaia i feriti, ha riferito un sindacato di medici pro-democrazia. Nonostante la repressione, nuovi cortei - oggi era il dodicesimo - continuano a essere convocati per invocare un ritorno ad un Governo civile. Giovedì scorso sei persone sono state uccise e centinaia sono rimaste ferite negli scontri tra militari e dimostranti.
L'ONU: "Stuprate anche 13 donne e ragazze"
Il 19 dicembre, la brutalità delle forze di sicurezza si è anche concretizzata nella violenza sessuale ai danni di almeno 13 donne e ragazze, secondo fonti ONU. Una circostanza condannata con forza da UE e USA, che hanno definito gli stupri "un'arma per allontanare le donne dalla protesta e ridurle al silenzio". Il Sudan affronta anche una profonda crisi economica che si traduce in un terzo della popolazione che sarà dipendente dagli aiuti umanitari nei prossimi mesi, secondo l'Ufficio ONU per il coordinamento delle attività umanitarie.









