Riedizioni

Gramsci oltre il mito, i nuovi “Quaderni” svelano il pensatore inedito

Un’edizione critica rivede la lettura del filosofo, politico e giornalista, liberandolo dalle strumentalizzazioni e mostrandone la complessa modernità

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Di: Rod 

Tornare ad Antonio Gramsci (1891-1937), ancora una volta. Tornare al filosofo, politico e giornalista italiano fra i massimi pensatori del Novecento. Fondatore del Partito Comunista d’Italia (1921), tenace oppositore del fascismo. Tornarvi per comprendere meglio, al di là delle personali appartenenze politiche, il peso del suo pensiero. Tornarvi, ancora, grazie a una nuova edizione dei suoi “Quaderni del carcere”, un’edizione che facendo emergere tutta la sua personalità porta a guardare Gramsci oltre la strumentalizzazione politica. Dopo i due volumi con le traduzioni stese dallo stesso Gramsci in carcere e il volume coi primi quaderni di note teoriche, il nuovo volume (Istituto della Enciclopedia Italiana) comprende i quaderni gramsciani 5-8 ed è curato da Giuseppe Cospito, Gianni Francioni e Fabio Frosini.

Gramsci inizia la stesura dei “Quaderni” nel carcere di Turi, l’8 febbraio 1929, esattamente due anni e tre mesi dopo l’arresto (8 novembre 1926). Come ricorda Valentino Gerratana, che ha curato nel 2014 un’edizione dei “Quaderni” per Einaudi, «la lentezza di questa gestazione dipende solo in parte da condizioni esterne». Scrive: «Prigioniero di quel regime in cui il marxismo è diventato un reato, egli sa di dover essere preparato a tutto: anche a “sparire come un sasso nell’oceano” (è questa la prima impressione che riceve quando nel carcere romano di Regina Coeli apprende, erroneamente, di essere destinato alla deportazione in Somalia). Nell’incertezza della sorte che l’attende, anche quando sembra aprirsi lo spiraglio di una prospettiva meno pessimistica, il problema dello studio gli si presenta inizialmente come un sistema di autodifesa contro il pericolo di abbrutimento da cui si sente minacciato».

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A scuola da Gramsci

Attualità culturale 06.06.2018, 17:15

Per decenni, Gramsci è stato oggetto di una canonizzazione selettiva. Il dirigente comunista, il martire dell’antifascismo, il teorico dell’egemonia. Sono caricature indubbiamente vere, seppure non riescano a descrivere del tutto la sua personalità. E infatti sono i “Quaderni” a testimoniare una sua poliedricità difficilmente sintetizzabile. Anche perché il suo pensiero, come ha notato Giuseppe Vacca, «trascende l’orizzonte storico-politico del suo tempo e, quanto più passano gli anni e le sue opere si diffondono in contesti culturali lontani da quello in cui furono originariamente concepite, tanto più la sua ricerca si afferma come un “crocevia” delle maggiori “questioni” del nostro tempo: i dilemmi della modernità, la soggettività dei popoli, le prospettive dell’industrialismo, la crisi dello Stato-nazione, il fondamento morale della politica».

Del resto, fu lo stesso Gramsci a scrivere nei “Quaderni” che «la mia vita trascorre sempre ugualmente monotona» e, insieme, che la sua esistenza era spesa in una continua ricerca. Scrive: «Anche lo studiare è molto più difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (più di un volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio di carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa “für ewig”... Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore. Ho pensato a quattro soggetti finora... e cioè: Una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso... Uno studio di linguistica comparata! Niente meno. Ma che cosa potrebbe essere più “disinteressato” e für ewig di ciò?.. Uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano...Un saggio sui romanzi d’appendice e il gusto popolare in letteratura».

Sono parole che testimoniano quanto sia importante entrare a fondo nei “Quaderni”. Perché aiutano a leggere Gramsci “in autonomia”, sottraendolo per quanto possibile dalle stratificazioni ideologiche, senza ovviamente avere la pretesa di depoliticizzarlo. I “Quaderni” tendono a mostrare così che il “vero” Gramsci non è una figura monolitica. È un uomo che attraversa un campo di tensioni. Un uomo, insomma, complesso.

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