Dopo oltre sette ore di discussione, il Consiglio nazionale ha deciso di non accorciare l’orario massimo settimanale degli infermieri, che resta fissato a 50 ore e non scende alle 45 auspicate dal Consiglio federale e dalla sinistra. La durata normale viene invece portata a 42 ore, contro la forchetta 40–42 proposta dal Governo e le 38 ore difese dai promotori dell’iniziativa. Un dibattito acceso, in cui la maggioranza borghese ha puntato soprattutto sul contenimento dei costi, ridimensionando diverse misure pensate per migliorare le condizioni di lavoro del personale curante.
Bocciato anche l’aumento della compensazione per il lavoro domenicale e festivo, che resterà al 25%. Qualche apertura è però arrivata sulla pianificazione: il lavoro non previsto sarà compensato se comunicato con meno di quattro settimane di anticipo e le pause caffè saranno considerate tempo di lavoro retribuito.
La delusione degli iniziativisti
Le decisioni hanno lasciato l’amaro in bocca ai promotori. “La delusione c’è, ed era un po’ nell’aria. Sarebbe comunque stata in parte una sorpresa se le cose andavano in un’altra direzione”, commenta Dante Cheda, responsabile cantonale di Alliance Care. “Speravamo che alcune proposte del Consiglio federale e della minoranza di Commissione potessero essere prese in considerazione, ma così non è stato”.
Il rifiuto delle 45 ore massime è il punto più critico: “Collocarci all’interno delle 50 ore settimanali, in una professione così impegnativa, può voler dire anche sei turni di fila da 8 ore. Il carico emotivo e fisico è piuttosto impegnativo”. Un timido passo avanti, secondo Cheda, arriva sulla pianificazione: “Puntavamo su sei settimane di preavviso, ma le quattro approvate possono comunque essere considerate un aspetto positivo”.
Le cautele delle strutture sanitarie
Più prudente la reazione di chi gestisce l’operatività ospedaliera. Annette Biegger, Capo Area Infermieristica e medico-tecnico dell’Ente Ospedaliero Cantonale, sottolinea la complessità del sistema: “Il benessere del personale curante si riflette direttamente sulla qualità delle cure. Ma strutturare condizioni lavorative molto dettagliate per una sola professione rende difficile la pianificazione e la gestione di tutto il team che lavora attorno al paziente”. Biegger ricorda inoltre che molte strutture svizzere si trovano “in situazioni finanziarie difficili”.
Sulla penuria di personale, però, c’è convergenza: “Tutte le istituzioni devono valutare nuovi modelli per trattenere il personale, perché la carenza è destinata ad accentuarsi”.
Compromesso sui costi
L’incertezza sulle conseguenze finanziarie della riforma ha suscitato forti critiche, in particolare da parte dei Cantoni, chiamati a farsi carico di una quota consistente dei costi. Il Consiglio federale non intende istituire un fondo dedicato e gli oneri supplementari ricadranno quindi su assicurati, Cantoni e Comuni.
Per garantire il finanziamento nel periodo intermedio, i deputati hanno deciso di adottare disposizioni transitorie valide fino all’introduzione del finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e ospedaliere (EFAS), prevista per il 2032. Sono state invece respinte le proposte della sinistra e dell’UDC volte ad attenuare l’impatto sui premi, già elevati, dell’assicurazione malattia.
Il dossier passa ora al Consiglio degli Stati, dove il confronto si annuncia tutt’altro che concluso.




