Svizzera

Perché la transizione energetica non è solo un tema verde

La crisi in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz fanno salire petrolio e gas. Per l’economista Massimo Filippini (ETHZ) il punto non è solo il rincaro: è la vulnerabilità di un sistema ancora troppo legato ai combustibili fossili

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Pala eolica al Lago del Piazza, Passo del San Gottardo
03:28

SEIDISERA del 22.03.2026: La transizione energetica non è un tema verde - di Raffaele Pedrazzini

RSI Info 22.03.2026, 23:56

  • KEYSTONE
Di: Raffaele Pedrazzini 

Le tensioni in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz stanno riportando in alto il prezzo del petrolio e del gas. Lo stretto è uno dei passaggi energetici più importanti al mondo, da cui vi transita normalmente circa un quinto del petrolio e del gas liquefatto mondiale.

Ma leggere questa crisi solo attraverso il rincaro sarebbe riduttivo. E ogni volta che i combustibili fossili tornano al centro della scena per effetto dei conflitti, riappare la stessa debolezza strutturale: un sistema energetico fondato su materie prime importate, esposte a guerre e a decisioni prese altrove, resta inevitabilmente fragile.

È da qui che parte la lettura di Massimo Filippini, professore di economia al Politecnico federale di Zurigo: “Gli aumenti dei prezzi dei combustibili fossili legati a tensioni geopolitiche come l’attuale guerra in Medio Oriente hanno effetti molto seri da un punto di vista economico”, spiega. Il primo canale è noto: più inflazione, più costo della vita, più pressione su famiglie e imprese.

Il punto più interessante è però un altro. La transizione energetica, secondo l’economista, continua a essere raccontata prevalentemente come una risposta al cambiamento climatico, mentre la politica energetica ha almeno tre obiettivi: sicurezza di approvvigionamento, prezzi stabili e sostenibilità ambientale. “Si tende ad associare la transizione energetica ai cambiamenti climatici. Questo è sicuramente uno degli obiettivi, ma non è il solo. Dobbiamo cambiare la narrazione”.

È su questo terreno che la crisi attuale torna a essere istruttiva. “Noi in fondo potremmo dimenticarci anche il clima”, perché “già il solo obiettivo della sicurezza di approvvigionamento giustificherebbe una politica energetica più decisa e coraggiosa, che investa ancor di più nel solare, nelle termopompe e nella mobilità totalmente elettrica”.

C’è poi un quarto elemento, ricorda Filippini, spesso lasciato sullo sfondo: la salute. La combustione di fonti fossili non produce solo emissioni climalteranti, ma anche inquinamento atmosferico con effetti immediati e locali. L’Agenzia europea dell’ambiente stima che nel 2023 ci siano circa 250’000 morti premature attribuibili all’esposizione all’aria inquinata. Le autorità federali rendono ufficiali per la Svizzera cifre che si situano tra 2’500 e 3’000 morti all’anno.

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