“Il fattore che ha innescato l’evento di questa mattina sulla strada cantonale Paradiso-Melide è stato sicuramente la pioggia. Ha fatto franare detriti ed un ammasso roccioso fratturato, che si trovava in massima parte su un pendio molto ripido”. Così Silvio Seno, direttore dell’istituto delle Scienze della Terra della Supsi, spiega il fenomeno che stamane ha mandato in tilt il traffico tra Chiasso e Lugano e per una fortuita coincidenza non ha causato danni più ingenti. È il secondo nello spazio di poche settimane e l’ultima volta – il 10 aprile – c’era scappato il ferito.
C'è un nesso con l'attività edilizia nell'area?
Nella zona – facciamo notare – si è però anche costruito parecchio ultimamente; è ipotizzabile un nesso tra la bulimia edilizia, che non ha risparmiato l’area, e la frana? “Guardi… l’edificazione ha avuto luogo nelle vicinanze, ma non nella zona stessa, per cui la risposta è no. Ripeto: le cause vanno ricercate nel pendio particolarmente ripido e vicinissimo alla strada. Questo tra l’altro fa sì che questi fenomeni si ripetano con una certa frequenza su questa tratta. Cambia solo la quantità di materiale che frana”.
Come prevenire?
Sarebbe quindi necessario fare opera di prevenzione, ma come? “Dei ripari sono stati posati e sono sotto gli occhi di tutti e credo che molto di più non si possa fare. Monitorare la situazione con degli strumenti invece è difficile, perché si tratta di fenomeni piuttosto piccoli e quindi più sfuggenti e con pochi segni premonitori. Non sono paragonabili a quanto sta per esempio succedendo dalle parti di Domat Ems , dove la massa che potrebbe colare è più abbondante. Tornando comunque alla vicenda di oggi, evidentemente la soluzione ci sarebbe e se n’è parlato anche in anni passati: evitare quella strada, per esempio costruendo una galleria”. In generale la strumentazione per effettuare le misurazioni e tenere sotto controllo le frane comunque c’è, sottolinea Seno: “Si tratta di sensori, sempre più sofisticati, che sono in grado di individuare i movimenti del terreno e questo anche in automatico quindi senza coinvolgere un operatore”.
E il Valegion?
Se n’è fatto uso nel caso di Gurtnellen , in cui morì un operaio, oppure per la frana del Valegiòn che, stando a quanto si leggeva proprio oggi sui social network, sta ricominciando a farsi sentire… “È possibilissimo e non mi stupisce. In cima al Valegion, c’è una massa, che è ancora potenzialmente instabile. Penso comunque che i post ai quali lei allude non si riferissero a questo. Probabilmente alludono a cose che si possono osservare dal basso e quindi a dei movimenti sull’accumulo di terra e massi che si era staccato l’anno scorso e che parzialmente è rimasto sul versante. Sono detriti, che con le piogge, si rimettono in movimento…”.
Altre zone critiche
Punti sensibili come quelli fin qui citati ve ne sono comunque molti altri, spiega il nostro interlocutore, e questa è una caratteristica che abbiamo in comune con tutto l’arco alpino: “La tratta autostradale tra Melano e Capolago, la cantonale Bissone-Campione, le Centovalli oppure anche la Val Canaria, che essendo discosta è forse un po’ meno interessante dal profilo mediatico, ma non per questo meno pericolosa”. Dunque – visto che un intervento preventivo a tappeto non è possibile – l’unica soluzione è cercare di utilizzare l’auto il meno spesso possibile? “Esatto, del resto basta vedere cosa è successo questa mattina, per accorgersi che le auto private sono troppe. Sarebbe inoltre sicuramente importante avere un attenzione più lungimirante sull’impatto del costruito e della sua espansione. Sono elementi che comunque entrano in considerazione quando si è confrontati con una frana”.
Sandro Pauli







