Un personaggio influente del Vaticano, il suo presunto testamento, la millantata prospettiva di un’eredità miliardaria. Sarebbero questi gli elementi della truffa ordita da un manager italiano (tempo addietro già finito, oltre confine, sotto i riflettori di rotocalchi e giornali).
Vittima del raggiro un notaio ticinese, a cui l’uomo si rivolse per procedere con l’incasso della somma. In realtà, almeno secondo la procuratrice pubblica Chiara Borelli, si sarebbe trattato unicamente di un pretesto; di un abile espediente per convincere il legale ad anticipargli, a copertura di spese personali, qualcosa come quasi 400mila franchi.

C’è poi un altro (e più importante) filone di inchiesta. Il notaio si occupò pure – sempre senza essere pagato – di un fondo di investimento, che il trader avrebbe utilizzato per rastrellare denaro a danno di alcuni cittadini stranieri.
Si parla di circa tre milioni di franchi (una parte dei quali recuperati dalla procura, e tuttora sotto sequestro). Il 41enne, così come per la prima fattispecie, contesta però ogni addebito. Sostiene che il fondo era in procinto di partire, e che l’operazione sarebbe andata a buon fine se in dicembre non fosse subentrato il suo arresto.
Per l’uomo, in carcere da allora, si profila il processo. Nei giorni scorsi Borelli lo ha infatti rinviato a giudizio. Truffa per mestiere il reato principale di cui dovrà rispondere alle Assise Criminali. L’accusa chiederà una pena compresa tra i due e i cinque anni. Lui, come detto, si professa innocente.








